Wet on wet

Nel 2017, alla domanda di un giornalista su quanto la passione per il surf incidesse sul suo lavoro, Katharina Grosse (Friburgo, 1961) rispose: «Un po’. Se state navigando o dipingendo, la situazione cambia da un minuto all’altro. È necessario adattarsi al momento agendo e pensando allo stesso tempo». In realtà la pittura dell’artista tedesca si nutre degli affreschi rinascimentali come della capacità di Pollock di portare in superficie le energie interiori, ma anche di certi aspetti dei graffiti urbani. La Grosse non fa distinzioni tra pittura, scultura e architettura, dipinge anche su edifici e alberi, concepisce grandi sculture in poliuretano, polistirolo e metallo fuso che fungono da armature astratte per i suoi dipinti. L’opera pittorica mina la configurazione dello spazio reale con una potente deflagrazione dei colori, ne rompe i limiti, la struttura, il potenziale centro della visione, come succede nell’Hamburger Bahnhof di Berlino, invasa fino allo scorso gennaio dalla grande installazione «It Wasn’t Us». Invece da Gagosian, dal 31 ottobre al 12 dicembre la Grosse allestisce la prima personale a Roma, con una scelta di grandi dipinti e opere su carta (una nella foto) nati nello studio sulle coste della Nuova Zelanda settentrionale: «Ho immaginato il foglio come un rilievo topografico, mi sono cimentata nella tecnica del wet-on-wet (bagnato-su-bagnato) lasciando che i pigmenti si mescolassero, formassero pozze di colore e fioriture iridescenti». Ritornata a Berlino ha sperimentato gli stessi «effetti» su superfici enormi, lavorate in orizzontale. Una sorta di odissea della mente e delle emozioni, alternando ordine al caos e viceversa. L’approccio dell’artista è anche scientifico: indaga le proprietà tecniche della pittura, dell’acqua e della tela per ottenere determinati effetti ottici.

F.R.M.