Video al limite

Barcellona. Essere un videoartista a Kabul non è mai facile, ma ai tempi del Covid-19 diventa infernale. «A Kabul dall’elettricità in avanti manca di tutto e anche mandare agli artisti ciò di cui hanno bisogno è difficile, può perdersi, essere rubato o bloccato alla dogana per mesi. Vivono in uno stato di tremenda incertezza», racconta Han Nefkens, collezionista e mecenate, creatore della fondazione omonima (cfr. n. 402, nov. ’19, «Vernissage», p. 12). Dopo un anno di vicende da incubo, Aziz Hazara, l’artista premiato con la borsa di studio della Fondazione Nefkens, può esporre tre nuove opere nella Fondazione Tàpies (fino al 24 gennaio) dopo averle presentate alla Biennale di Sydney. Hazara parla della sua terra e dei suoi conflitti, la sorpresa è la poesia delle immagini, mai didascaliche, che colpiscono lo spettatore come un pugno, ma al tempo stesso gli trasmettono l’amore dell’artista per una terra martoriata che non ha perso il suo fascino nonostante un secolo di guerre. «Bow Echo» (nella foto), un’installazione di 5 schermi, mostra dei bambini che si arrampicano su una roccia per suonare delle trombette di plastica, lottando contro un vento furioso. Né la natura ostile né il rumore costante degli elicotteri e dei droni li intimidisce. In Afghanistan il 70% della popolazione ha meno di 30 anni: «Vivono una violenza strutturale normalizzata, tra speranza, lotta e impotenza. Giocano alla morte con i resti dei carri armati sovietici o a ingannare i droni e le camere di sorveglianza americane», spiega l’artista che in «Eyes in the Sky» adotta il punto di vista dei droni e le tecniche della ricognizione militare per mostrare come i residuati bellici abbiano trasformato il deserto in un percorso a ostacoli. Il video forma un dittico con «Rehearsal», dove due bambini imitano i movimenti di una mitragliatrice automatica. Dopo Barcellona la mostra andrà a Ginevra.

Roberta Bosco