Non sarà solo una chimera

Una mostra in compagnia di: Federico Castelli Gattinara L’emozione di trovarsi finalmente davanti ai Marmi Torlonia, invisibili da quasi ottant’anni

Ci siamo. Vedere la Collezione Torlonia è stata una chimera per intere generazioni di archeologi e non. I giornali, il nostro in particolare, ne hanno ripercorso l’intera travagliata vicenda, anche con risvolti giudiziari. Molteplici i tentativi di accordo con la famiglia nobiliare romana, tutti falliti. Il museo fondato nel 1875 e chiuso negli anni ’40 è rimasto invisibile, accatastato negli scantinati del Palazzo alla Lungara. Una raccolta di 620 sculture greco-romane, la più grande al mondo in mani private, oggi è tornata alla luce con 92 capolavori tutti restaurati grazie al contributo di Bulgari, scelti dai curatori Salvatore Settis e Carlo Gasparri. Varco la soglia di questo nuovo spazio a Palazzo Caffarelli, sul Campidoglio, e vengo accolto dalla statua di Germanico in nudità eroica, l’unico bronzo della collezione, scoperto a Cures in Sabina e subito restaurato. Lo affiancano tre ritratti: il cosiddetto Eutidemo di Battriana, re ellenistico ritenuto nel Seicento un servo per lo stravagante berretto, un pileo (appannaggio dei più umili); la fanciulla di Vulci, che per perfezione formale e delicatezza fa venire in mente i ritratti di Francesco Laurana di quindici secoli dopo; il cosiddetto Vecchio da Otricoli, capolavoro del realismo ritrattistico romano. Sullo sfondo della prima sala, disposti su tre file, 20 busti imperiali (dei circa 180 ritratti della collezione) non potevano non figurare in una collezione che ambiva a gareggiare con la vaticana e la capitolina. Tra i più belli e facili da riconoscere quelli di Adriano (3) e Caracalla e la Elena tardoantica già nello studio di Cavaceppi acquisito dai Torlonia nel 1801. Nella seconda sala la coppia di sculture di satiro e ninfa (1) dell’«Invito alla danza» (come lo ribattezzò Wilhelm Klein nel 1909), replica romana da un originale greco, unico esemplare completo esistente. Siamo nella sezione degli scavi Torlonia, da cui proviene anche il rilievo votivo con la veduta di Portus, che allora era in corso di scavo (il porto di Claudio e quello esagonale di Traiano oggi in terreni degli Sforza Cesarini). La tensione non viene meno di sala in sala: l’Hestia Giustiniani, della Collezione Giustiniani, da cui provengono moltissimi pezzi (il contratto del 1816 parla di 267 opere acquisite da Giovanni Torlonia), tra i quali un caprone con testa moderna del Bernini, come la testa di una delle due Afroditi accovacciate; un rilievo funerario con scena di bottega di carni (la defunta svolgeva quel mestiere; il pezzo ricorda tele di genere analogo firmate molti secoli dopo da Carracci e Passerotti); la celebre Tazza Cesi (2) ritratta nel Cinquecento da van Heemskerck nel giardino di quella famiglia dove fungeva da fontana, decorata con un godurioso simposio bacchico; i due monumentali sarcofagi Savelli, uno con le fatiche di Ercole e la coppia di defunti distesi sul coperchio, riprodotto in innumerevoli disegni antichi, e un lenòs (cassa a forma di tinozza) con strigilature e scene con leoni ai due lati; i due Guerrieri (4) uno firmato da Philoumenos, che fanno subito pensare a Giulio Paolini nella loro bianca specularità; la gigantesca tazza con le fatiche di Ercole da Villa Albani; il filosofo seduto già Cesarini restaurato come Crisippo. Si chiude con un Ercole ricomposto da 112 frammenti antichi e moderni di marmi diversi, lasciati visibili, esemplificativo del restauro nei secoli passati, e con il volume I monumenti del Museo Torlonia di sculture antiche riprodotti con la fototipia di Carlo Ludovico Visconti del 1884, il primo catalogo illustrato di un museo in assoluto. Il percorso ha una sua coda nell’affaccio all’esedra del Marc’Aurelio, dove su suggerimento di Settis sono stati riuniti i bronzi antichi del Laterano donati, anzi, «restituiti» nel 1471 al popolo romano da papa Sisto IV, nucleo fondante dei Musei Capitolini.

Federico Castelli Gattinara