Intimità, prossimità, bisessualità

Berlino. Lo storico Schwules* di Berlino, museo e centro di ricerca sulla storia e la cultura Lgbt, dal 27 novembre al 15 febbraio ospita la mostra «Intimacy: New Queer Art From Berlin and Beyond», con una vasta selezione di fotografie accompagnate da dipinti, sculture, videoinstallazioni e film. Punto di riferimento tra gli artisti partecipanti è l’americana Nan Goldin, apripista di un nuovo modo di raccontare le persone omo/bi/transessuali, mettendo in scena se stessa e la sua intimità bisessuale. «Intimità» è la parola chiave di suoi lavori come «The Ballad of Sexual Dependency» (1986), grande e drammatico affresco sulla marginalità sociale, e anche di lavori in cui racconta la sottocultura gay dopo Stonewall, la sua famiglia e i suoi amici. L’esposizione berlinese è un racconto a 360 gradi sul mondo queer, colto nei suoi momenti di intimità con una prossimità senza veli. Raccontarsi sinceramente al mondo è da sempre la più grande aspirazione dell’arte queer. In mostra si vede come dai tempi newyorkesi di Diane Arbus agli anni Ottanta della Goldin a oggi molto è cambiato. Sono emerse, soprattutto a Berlino, forme di intimità alternative al modello eteronormativo, persone che non vivono più ai margini della società, costrette al proprio privato. Ecco dunque gli scatti delle estasi sulle piste da ballo, delle darkroom, della nuova frontiera dei rapporti poliamorosi, della malattia e dell’isolamento, con una lezione per tutti gli omofobi: fuori dallo stigma selettivo di chi vedeva nell’Hiv una punizione per pochi dannati, il racconto di esperienze davvero ecumeniche in tempi di Covid-19 (nella foto, «Whole», 2018, di Victor Luque).

Francesca Petretto