Dure storie di frontiera

Palma di Maiorca. Da quando nel 2009 ha portato alla Biennale di Venezia la tragedia del narcotraffico, la messicana Teresa Margolles (Culiacán, 1963) ha dato voce alle vittime e ai più vulnerabili, materializzando nello spazio asettico del museo l’ingiustizia, il dolore, la violenza e la morte. Pur con le limitazioni imposte dal Covid-19, la Margolles ha inaugurato a Es Baluard, il museo d’arte moderna e contemporanea di Palma di Maiorca, «La pietra» (fino al 24 marzo), un suo progetto che racconta la vita delle «carretilleras», donne che con dei carrelli trasportano merci tra Colombia e Venezuela. Un lavoro duro, precario e pericoloso che dalla chiusura del ponte Simón Bolivar è diventato una scommessa con il destino, perché le donne devono attraversare la frontiera per sentieri nascosti, ormai senza «carretilla», quindi caricandosi come muli per trasportare merci e perfino persone. L’immagine, che occupa tutta una parete del museo (nella foto in alto), ritrae queste donne prematuramente invecchiate, le stesse che lasciano la loro testimonianza nell’opera sonora che accoglie il visitatore. È inevitabile chiedersi dove saranno ora, sperare che non si siano trovate sulla strada di una pallottola. È servita proprio per asciugare il sangue di un omicidio la tela che la Margolles ha portato dalla Colombia per la performance inaugurale. «Abbiamo contattato migranti venezuelane: due maestre disoccupate, un’ingegnera che lavorava come guida turistica e due prostitute. Ho chiesto loro di bagnare i biglietti da 100 bolívar, ne avevo comprato una scatola per 35 centesimi di euro, nell’acqua dove avevo immerso la tela insanguinata e poi di attaccarli sulla parete della sala, uno dopo l’altro, metodicamente, con il viso di Bolívar, il “libertador”, rivolto verso il pubblico [nella foto in basso]», spiega la Margolles che ha iniziato la sua carriera lavorando in diversi obitori. Il pubblico entrava a gruppi di 10 persone ogni 15 minuti, s’informava e poi usciva sconvolto. L’installazione e il video dell’azione ora fanno parte della mostra, affinché non siano dimenticate le piccole storie private di dolore e lotta che meritano rispetto e attenzione.

Roberta Bosco