Paesaggi: da sfondi a protagonisti

Zurigo (Svizzera). Fino all’8 novembre la Kunsthaus di Zurigo presenta «Paesaggi. Luoghi della pittura», excursus dell’evolversi della pittura paesaggistica dagli esordi nel XV secolo all’affermazione come genere autonomo nel Seicento fino all’Ottocento in 60 opere dalle Fiandre, dai Paesi Bassi e dall’Italia. Dai dipinti tardomedievali in cui il paesaggio è puramente funzionale alla raffigurazione scenica, perlopiù biblica, ai paesaggi dell’arte fiamminga e italiana del XVI secolo, fra cui Tiziano, di dignità propria sempre crescente fino a Jan Brueghel (1568-1625) ad annunciare l’affermazione della pittura di paesaggio quale genere indipendente e ricercato. Nel Seicento la Scuola Olandese in particolare portò la pittura di paesaggio a declinazioni originali e prestigiose perché nel Barocco nordeuropeo la Natura assume ruolo dominante a fronte del declino della pittura a soggetto religioso, trascurata dalla cultura protestante. Ed ecco così le opere di Hendrick Avercamp (1585-1634), Jan van Goyen (1596-1656), Jacob van Ruisdael (1628/29-82), Nicolaes Berchem (1621/22-83) e la poco nota pittrice Margareta de Heer (1600/03-65; nella foto, «Un cavolo rosso, una lumaca, una farfalla, uan libellula, un’ape e un onisco in un paesaggio») che, con un gioco di prospettive, riunisce in un unico piccolo quadro un paesaggio in lontananza alla visione ravvicinata di un giardino (che proprio nel XVII secolo trionfa come espressione artistica autonoma). A seguire le contemporanee vedute italiane di Domenichino, Salvator Rosa e Claude Lorrain fino alle raffigurazioni paesaggistiche del XVIII secolo e al vedutismo di Bernardo Bellotto (1721-80). Il curatore Philippe Büttner chiude la mostra con uno sguardo dal taglio inedito sulla produzione artistica alle soglie del Novecento e le diverse interpretazioni del paesaggio di Van Gogh, Segantini e Monet.

Giovanni Pellinghelli del Monticello