La Sibilla è africana e danza sui libri

Le volatili profezie della sacerdotessa riscritte da Kentridge

Prosegue fino alla fine di settembre (solo su appuntamento) da Lia Rumma la personale di William Kentridge «Waiting for the Sibyl and other histories», che presenta il progetto commissionato dal Teatro dell’Opera di Roma, dove è andato in scena in anteprima mondiale un anno fa, in dialogo con «Work in Progress», 1968, l’unico lavoro teatrale di Alexander Calder (1898-1976). Ed è al moto rotatorio caro all’artista americano che Kentridge (1955) si è ispirato nel comporre il suo canto alla Sibilla Cumana, che soleva scrivere le profezie su foglie destinate a mischiarsi irrimediabilmente nelle correnti d’aria del suo antro. Come affidarsi a esse? Come darsi risposte con sentenze tanto casuali? Kentridge traduce quest’incertezza in un flipbook animato (presentato in uno spazio nella sala d’ingresso e circondato da magnifiche opere sullo stesso tema) dove la Sibilla è una danzatrice africana che, al ritmo dei canti di Nhlanhla Mahlangu, si muove su pagine di libri antichi su cui sono tracciati alberi, foglie, forme, figure che s’intrecciano secondo i capricci di un algoritmo. Al livello superiore vanno in scena sculture degli ultimi anni, sorta di grafie tridimensionali che mutano secondo l’angolo d’osservazione, oltre al «fregio» di silhouette di bronzo e ai carboncini di «Processione di riparazionisti», 2019, scaturiti dalle figure monumentali del progetto creato nel 2019 per le Ogr-Officine Grandi Riparazioni di Torino. Salendo ancora, ecco l’installazione video «KABOOM!», da «The Head & the Load», presentato in anteprima alla Tate Modern di Londra nel 2018 e dedicato alla tragedia lungamente occultata dei due milioni di africani reclutati dagli eserciti europei nella Grande Guerra e periti nel silenzio di tutti.

Ada Masoero