Un huomo libero

L’11 giugno Palazzo Barberini ha riaperto al pubblico la prima mostra monografica dedicata al pittore romano Orazio Borgianni, inaugurata in marzo prima del lockdown e ora prorogata fino al 1 novembre. Sotto il titolo di «Orazio Borgianni. Un genio inquieto nella Roma di Caravaggio» e con la cura di Gianni Papi, il museo ha riunito diciotto autografi dell’artista, ricostruendone la biografia e l’articolato sviluppo pittorico, sospeso fra tradizione cinquecentesca e prefigurazione del Barocco. Nato a Roma nel 1574 e morto nell’Urbe nel 1616, Borgianni è realmente personalità originale e innovativa, descritto dal biografo seicentesco Giovanni Baglione come «huomo libero», troppo semplicistico e riduttivo sarebbe definirlo appartenente alla cerchia dei caravaggisti. Se innegabile è il suo potente naturalismo, esso si fonde però con una matrice emiliana tardo cinquecentesca mai abbandonata. Assai amato da Roberto Longhi, così il critico scriveva del «San Carlo Borromeo in adorazione della Trinità», dipinto nel 1610-11 da Borgianni per la Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane: «Un capolavoro che prende luogo fra le creazioni più originali del nostro Seicento». Accanto a due tele di proprietà di Palazzo Barberini, la «Sacra Famiglia con sant’Elisabetta, san Giovannino e un angelo» e l’«Autoritratto», sono esposte opere come il «Cristoforo» dalle National Galleries of Scotland di Edimburgo, la «Sacra Famiglia con sant’Anna» dalla Fondazione Longhi di Firenze, e «La Vergine che consegna il Bambino a san Francesco» (1608) dall’Antiquarium comunale di Sezze, olio su tela che anticipa le vertiginose visioni barocche. La mostra consente finalmente di cogliere l’influenza esercitata dalla pittura di Borgianni sull’ambiente romano, tramite il confronto con diciassette opere di artisti a lui vicini, e che alle sue novità stilistiche furono debitori: Carlo Saraceni, Antiveduto Gramatica, Giovanni Lanfranco, Simon Vouet, Giovanni Serodine, Guido Cagnacci.

Arianna Antoniutti