Il mondo che (r)esiste

Le opere manifesto di artisti in prima linea

Il Centre Pompidou riapre le porte il primo luglio dopo la crisi sanitaria con la mostra «Global(e) Resistance» che allestisce, fino a gennaio, un centinaio di opere acquisite negli ultimi anni per le collezioni del Musée national d’art moderne. Sono presentati su più piani i lavori di una sessantina di artisti, soprattutto originari del «sud» del mondo (America Latina, Africa, Medio Oriente, Sud-est asiatico), tra cui Khalil Rabah, Firenze Lai, Latoya Ruby Frazier, Barthélémy Toguo, Malala Andrialavidrazana o ancora Billie Zangewa. Il tema è dunque la contestazione e più in generale la resistenza, che passa per la politica e per l’arte: «Le problematiche affrontate scaturiscono dalla storia dei tempi recenti, segnati dallo sviluppo delle paure globali, legate alle guerre, alle nuove forme di conflitti commerciali e cyber tecnologici o alle catastrofi ecologiche», ha spiegato Christine Macel, conservatrice al Centre Pompidou e responsabile del Servizio Creazione contemporanea del museo, istituito nel 2000 per scoprire giovani talenti. Già in programma prima della crisi del Covid-19, la mostra del Centre Pompidou acquisisce ora una dimensione ancora più attuale e profonda. Il percorso si apre con le «opere manifesto» di Khalil Rabah sulla crisi palestinese, di Teresa Margolles sulla situazione alla frontiera messicana, e di Nadia Kaabi-Linke sul dramma delle migrazioni. La lotta ambientalista è presente nell’opera di Renée Green, mentre i lavori di Kiluanji Kia Henda e Abdoulaye Konaté esprimono ansie e fervori della decolonizzazione. Il film «The Couple in the Cage» (1993) di Coco Fusco e Guillermo Gómez-Peña riflette sui residui di colonialismo che persistono nella società contemporanea. Per la prima volta il museo espone la monumentale opera «Rédemption» (2012-14) del camerunense Barthélémy Toguo, sul tema dell’incontro tra Nord e Sud.

Luana De Micco