Folli anni Venti

Nella Kunsthaus quel decennio di un secolo fa, accelerato quasi quanto il nostro

Zurigo. Mentre a Parigi Francis Scott Fitzgerald dava alle stampe il Grande Gatsby, nei nightclub di Chicago Joe Oliver detto «King» improvvisava le sue esuberanti composizioni jazz. Mentre André Breton redigeva nella capitale francese il Manifesto del Surrealismo, a Berlino una nuova generazione di donne indipendenti e «gender-fluid», con caschetto e sigaretta, affollava i locali notturni del Mitte. I ruggenti anni Venti, in Europa e in America, videro il primo film sonoro della storia («The Jazz Singer»), i raffinatissimi preziosismi dell’Art Déco e un generalizzato spirito positivo che, dopo il dramma della prima guerra mondiale, attribuiva valore assoluto e vitale all’arte, in tutte le sue forme, e all’intrattenimento. «Un tempo non è mai stato così spettacolare come il nostro, scrive Fernand Léger nel 1924. Questo fanatismo, questa necessità di distrazione a tutti i costi, continua l’artista, è la reazione necessaria alla dura vita che conduciamo. È una vita difficile, magra, esatta» caratterizzata da «una corsa alla perfezione».
Tenendo in mente le parole di Léger, è inevitabile riflettere su un possibile parallelismo tra gli anni Venti e la nostra epoca, il cui profondo accelerazionismo, ora messo in questione per la prima volta da una pandemia globale, può forse rammentare i ruggiti dell’economia protocapitalista de «les années folles», prima del contraccolpo fatale della Grande Depressione. Ed è proprio tale parallelo ad aver ispirato la grande collettiva «Gloria effimera. I ruggenti anni Venti», dal 3 luglio all’11 ottobre alla Kunsthaus Zurich, cui seguirà una seconda tappa presso il Guggenheim di Bilbao. A cura di Cathérine Hug, l’esposizione mette in dialogo Bauhaus, Dada, Nuova Oggettività e Modernismo attraverso un approccio interdisciplinare che abbraccia arte, moda, design, architettura e cinema.
Trecento gli oggetti in mostra prodotti da ottanta artisti, alcuni dei quali contemporanei (come Kader Attia e Thomas Ruff), il cui lavoro attualizza temi e riflessioni della cultura dell’epoca. Fra i pezzi più iconici che si possono ammirare alla Kunsthaus, il tubino nero di Coco Chanel e la poltrona Le Corbusier-Perriand-Jeanneret, la cucina di Francoforte di Margarete Schütte -Lihotzky e le «nuove visioni» fotografiche di Moholy-Nagy.

Federico Florian