Soth parla in dialetto

«Quello che mi piace è fotografare in un luogo di cui parlo la lingua, non solo letteralmente, e di cui conosco le sfumature. Dico sempre che la fotografia è un linguaggio, e che io parlo soprattutto questo dialetto americano». Nato a Minneapolis nel 1969, Alec Soth (che è pure editore, docente, Instagrammer e fotoreporter di Magnum) si vede dedicare dalla Kunst Haus Wien la personale «Alec Soth. Photography is a language», allestita fino all’8 agosto a cura di Verena Kaspar-Eisert. Nel suo linguaggio rigoroso, fatto di rispetto, pudore e ritmi lenti, il realismo documentario viene a patti con una poetica che trasfigura l’ordinario. Il solco è quello della tradizione statunitense, da Walker Evans a Robert Frank a Stephen Shore, che lui percorre alla ricerca di equilibrio tra prossimità e distanza, condizione di ogni relazione e punto cruciale di un lavoro che ruota intorno all’identità americana, a partire dal dirompente «Sleeping by the Mississippi» del 2004. La rassegna prosegue con «NIAGARA» (2006), che documenta il rito preconfezionato delle promesse d’amore tra lo spettacolo delle cascate e i motel anonimi. Con «Broken Manual» (2010) riprende l’isolamento di eremiti e survivalisti in fuga dalla civilizzazione; mentre «Songbook» (2014) è un mosaico sulla vita delle comunità americane. Il tutto è compreso tra il rimando agli esordi di «Looking for Love», coi bianchi e neri scattati in Minnesota nel 1996, e i ritratti del recente «I Know How Furiously Your Heart Is Beating» (2019).

Chiara Coronelli