Quanto dura un tramonto?

Le proiezioni di 44 tramonti incendiano le pareti del piano terra di ICA Milano, mentre l’imponente figura della drag queen newyorkese Lady Bunny pronuncia le proprie riflessioni esistenziali dinnanzi a un grande orologio digitale, che riproduce in loop un conto alla rovescia di 18 minuti (il tempo impiegato dal sole per tramontare). È con questa epica installazione, una poetica meditazione sul senso della vita e della morte, che si apre la mostra personale di Charles Atlas (dal 29 febbraio al 19 aprile), la prima in un’istituzione italiana del regista e videoartista americano, nato a St. Louis settant’anni fa. Progetto concepito dal curatore Alberto Salvadori in stretta collaborazione con il filmmaker, e che racconta una parabola artistica radicale e sofisticatissima, fondata sulla commistione di video, danza e performance. Punto di svolta per la carriera di Atlas è l’incontro con Merce Cunningham a New York, con cui comincerà a collaborare a partire dal ’74, sviluppando un nuovo genere da lui descritto come media-dance: coreografie definite dalla natura stessa del mezzo filmico, essendo ideate ed eseguite specificamente per la macchina da presa. «Per Atlas filmare la danza non consisteva semplicemente nel catturare un corpo in movimento, scrive Salvadori insieme a Chiara Nuzzi, assistente curatore, ma era e continua a essere un gesto di avvicinamento ed esplorazione dei vasti mondi che i corpi stessi abitano». Oltre a opere realizzate in collaborazione con Cunningham, la mostra milanese presenta l’eccellente documentario sul performer e fashion designer Leigh Bowery, girato da Atlas nel 2002, e una nuova produzione concepita per gli spazi di ICA. Nella foto, «Hail the New Puritan» (1986).

Federico Florian