La sponda africana

Gli imperi scomparsi di una terra oggi martoriata

New York. Significa «sponda», in arabo, e immagino siano in pochi a saperlo. Il «Sahel» è quella vasta area africana compressa tra il deserto del Sahara (a nord) e la steppa (a sud), che include, in proporzioni diverse, Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad.
Come ci avvisano i curatori della mostra («Sahel: Art and Empires on the Shores of the Sahara», al Metropolitan Museum of Art fino al 10 maggio; cfr. n. 404, gen. ’20, «Il Giornale delle Mostre», p. 31), gli imperi scomparsi dell’antico Takrur, Gao, Songhay e Segu, sono avvolti nella leggenda, ma le loro storie rimangono vive nella tradizione orale dell’Africa occidentale.
Quel che più resta impresso della mostra non sono, però, né le figure in terracotta del Medio Niger né quelle in legno Soninke o Dogon ma quel che è assente dal catalogo, ossia l’«Annual Resurfacing of The Great Mosque in Jenné», video di 2 minuti e mezzo tratto da «Living Memory: Six Sketches of Mali Today», di Susan Vogel (2003), in loop su un piccolo schermo. Mostra la cerimonia di «ricostruzione», dopo ogni pioggia, della Grande Moschea di Jenné in Mali, «festa di paese» che vede coinvolta tutta la popolazione senza distinzione di sesso e di età nel rimodellamento col fango, qui detto «banco», spalmato a mani nude, di questo iconico edificio di culto. Aggiunte cicliche che pongono qualche quesito filosofico agli storici (è patrimonio mondiale dell’Unesco), perché grazie a quei rimodellamenti la sua forma è in continuo movimento, come mostrano le fotografie scattate a distanza di anni.
Clay as Metaphor (Argilla come metafora), è il titolo di uno dei capitoli del catalogo; metafora di vita, fragile e mutevole. Come quella di ciascuno di noi; e non è un caso se i marabutti (i locali santoni musulmani) hanno interpretato la struttura di queste moschee come la forma di un corpo umano, di un uomo in preghiera con la testa orientata verso nord o di una donna in preghiera con la testa orientata a sud.
Del Sahel si parla quasi tutti i giorni, ignorando cosa e (spesso, anche) dove sia. È quel generico «continente subsahariano», dove ha origine l’inarrestabile esodo di genti che, attraverso il deserto e poi il Mediterraneo, arriva alla nostra porta di casa (quando la sorte gli è favorevole). Le piste che da Kano portavano a Tripoli e da Wadai a Bengasi lungo la rotta trans-sahariana, «Via della Seta» africana fino agli inizi del Novecento, battute un tempo da carovane cariche di schiavi e penne di struzzo, sono oggi percorse da chi è in cerca di una chance di vita. Una terra oggi martoriata dal clima e dalla ferocia dell’uomo (i jihadisti di Ansar Dine, «Difensori della Fede»), che soffre in più dell’ignoranza che la circonda. Così, anche la restituzione dei tesori razziati nel passato, annunciata dal presidente francese in carica (nel rapporto Restitution of African Cultural Heritage: Toward a New Relational Ethics, cfr. n. 393, gen. ’19, p. 4), in assenza di una adeguata riflessione sulla complessa evoluzione politica e culturale di quei luoghi che vada oltre i termini di conflitto coloniale, rischia di ridurla a simbolico quanto inutile beau geste (dall’omonimo romanzo di Percival Christopher Wren del 1924, trasposto più volte sul grande schermo, e ambientato, per l’appunto, nell’Africa sahariana coloniale).
Fa pensare che sia la lontana America a tenere accesi i riflettori su questa parte del mondo (e non l’Europa, da dove pure provengono molte delle opere esposte); ma, come scrive la curatrice Alisa LaGamma (Ceil and Michael E. Pulitzer Curator in Charge of The Metropolitan Museum of Art’s Department of the Arts of Africa, Oceania, and the Americas), in un ispirato saggio d’apertura, «l’urgenza del presente esige che si scavi più a fondo in quel passato». Conoscere il passato per capire il presente.

Marco Riccòmini