Il plein air non è impressionista

Giverny. La pittura en plein air non fu un’invenzione impressionista, come rivendicarono spesso Monet e compagni. La pratica era radicata in Europa sin dal Settecento, come spiega una mostra del Musée des impressionnismes dal titolo «En plein air. Da Corot a Monet» (27 marzo-28 giugno). Quando nel 1825 il giovane Camille Corot partì per Roma per dipingere il Palatino dalla mattina alla sera (anticipando le «serie» di Monet), seguì l’esempio di tanti altri artisti europei, dal francese Pierre-Henri de Valenciennes al danese Christoffer Wilhelm Eckersberg, che prima di lui erano andati a dipingere dal vivo le rovine antiche. In Inghilterra, la pittura di paesaggio (pur sottovalutata dalla Royal Academy) si era affermata dalla fine del ’700, diventando essenziale per artisti come Turner e Constable. Tornato in Francia nel 1828, Corot continuò a dipingere i paesaggi francesi, tra cui il porto di Trouville in una tela del d’Orsay (1848-75). Dal 1830 gli artisti cominciarono a disinteressarsi alle rovine romane e a cercare ispirazione altrove. Théodore Rousseau, capofila della scuola di Barbizon, e Courbet dipinsero alberi al posto dei monumenti antichi. In Italia, dal 1862, i macchiaioli Giovanni Fattori, Telemaco Signorini e Giuseppe Abati dipinsero il paesaggio toscano. A parlare di plein air in Francia fu Émile Zola, sostenitore degli Impressionisti sin dal 1868. Cézanne dipinse la campagna provenzale, mentre Eugène Boudin inventò le scene di spiaggia in Normandia. Tra i prestiti notevoli della mostra, la splendida «Spiaggia di Trouville» di Monet (1870, nella foto) dalla National Gallery di Londra.

Luana De Micco