Celebrità? Pas encore

Da Pinault spazio a giovani e prospettive nuove

Venezia. «Che cosa significa arte per noi?» «Untitled», il nuovo percorso espositivo in apertura il 22 marzo a Punta della Dogana (fino al 13 dicembre), rappresenta la risposta corale data a questa domanda da tre curatori, tre punti di vista e tre esperienze diversi: quello dello scultore inglese Thomas Houseago, della sua compagna Muna El Fituri, artista e storica dell’arte, e di Caroline Bourgeois, conservatrice delle raccolte di Punta della Dogana. L’obiettivo è quello di offrire un percorso inedito attraverso un secolo di storia dell’arte, articolato in 18 sale e suddiviso per temi, con le opere di una sessantina di artisti, da Rodin ad oggi, provenienti dalla collezione Pinault e da prestiti internazionali, con installazioni site specific. Assenti, volutamente, grandi nomi del Novecento, come Duchamp, Brancusi o Picasso. «Volevamo prenderci un rischio artistico, spiegano i curatori, e presentare al pubblico un approccio all’arte contemporanea più delicato e sensoriale, un’esperienza corporea». Al centro del percorso, nel Cubo di Tadao Ando, la ricostruzione di uno studio d’artista, su ispirazione di quello dello stesso Houseago, luogo privilegiato della creazione «dove i visitatori sono invitati a soffermarsi, prendere del tempo per studiare, pensare, dare forma a idee e immagini, giocare, leggere, ascoltare musica e vedere le immagini preparatorie della mostra». Grande spazio in questo percorso alle artiste, con «l’opportunità di comprendere la portata delle loro opere e il loro contributo pionieristico, nonostante le circostanze che le hanno viste spesso svantaggiate rispetto agli uomini».
Intanto a Palazzo Grassi continua con Youssef Nabil (Il Cairo, 1972) la serie delle monografiche dedicate agli artisti contemporanei (dal 22 marzo al 10 gennaio 2021). «Once Upon a Dream», c’era una volta un sogno, è la prima importante retrospettiva dell’artista egiziano (ma le sue opere sono già state esposte in Italia in una personale a Villa Medici e in alcune collettive), a cura di Matthieu Humery e Jean-Jacques Aillagon. Fotografia, video, installazioni, ma anche pittura: in 120 opere viene raccontato il percorso dell’artista egiziano che ha esordito nei primi anni ’90 come fotografo, scegliendo come soggetti i protagonisti dei melodrammi del cinema egiziano, trasponendo poi lo stesso stile nei ritratti delle star del suo mondo personale. Fin da subito, anche sviluppando la tecnica della fotografia in bianco e nero dipinta a mano, tradizionalmente usata per le locandine dei film, Nabil si è interessato alla creazione di un’atmosfera sospesa, onirica, carica di accenti nostalgici e malinconici, restituendoci le immagini di un Egitto che sta svanendo e l’evocazione dei problemi del Medio Oriente.

Camilla Bertoni