Armory resiste a Frieze

New York. Fondato nel 1994 da quattro galleristi di New York (Colin de Land, Pat Hearn, Matthew Marks e Paul Morris) con l’obiettivo di presentare nuove voci nella scena dell’arte newyorkese e non, l’Armory Show inaugura dal 5 all’8 marzo la ventiseiesima edizione. Suggestiva la sede, presso i Piers (i pontili) 90 e 94 sull’Hudson River, tra la 52ma e la 54ma strada. Sebbene in anni recenti sia stata parzialmente oscurata da Frieze New York (dal 7 al 10 maggio), con i suoi 60mila visitatori annuali l’Armory rappresenta una tappa obbligata nell’agenda dell’arte contemporanea. 183 gallerie da 32 Paesi prendono parte all’edizione 2020, sotto la direzione artistica di Nicole Berry. Debutta quest’anno la nuova sezione curata da Nora Burnett Abrams, «Perspective», con presentazioni di artisti storici del XX secolo: la newyorkese Barbara Mathes Gallery, ad esempio, punta su lavori di Joseph Cornell, Philip Guston, Robert Indiana e Giulio Paolini mentre Archeus / Post-Modern di Londra spazia in mezzo secolo di attività di Pierre Soulages. Tra le gallerie italiane presenti nelle diverse sezioni, APALAZZOGALLERY, A arte Invernizzi, Montrasio Arte, Lorcan O’Neill, P420, kaufmann repetto, Galleria d’Arte Maggiore g.a.m., Mazzoleni, Officine dell’Immagine, Prometeogallery di Ida Pisani, Lia Rumma, Vistamare | Vistamarestudio. Da non perdere «Platform», sezione a cura di Anne Ellegood, con opere oversized di sette artisti internazionali (fra cui Edward & Nancy Kienholz e Nathalie Djurberg & Hans Berg) sui temi della satira e della caricatura. Non troppo distante da Armory, Independent, la fiera satellite «cool and hip», apre al pubblico dal 6 all’8 marzo in Varick Street a Tribeca. Per questa undicesima edizione, sessanta gallerie presentano quaranta personali o doppie personali di artisti di colore, latinoamericani, indigeni e autodidatti. Fra i progetti da segnalare, quelli di Shahryar Nashat (David Kordansky Gallery, Los Angeles), con un’installazione al MoMA fino all’8 marzo, e Marinella Senatore (Richard Saltoun, Londra). Nella foto, una still del video «She Never Dances Alone», (2019) di Jeffrey Gibson.

Federico Florian