Uniformi e divise fra apparire ed essere

Bologna. Ovunque nel mondo ciò che indossiamo identifica ciò che siamo, o in misura ancora maggiore, ciò che vorremo far sapere di essere. Più o meno regolari o standardizzate, le uniformi mostrano l’appartenenza a un gruppo, a una categoria o a un ordinamento, distinguendo chi le porta dal resto della società. Basti pensare a quanto i termini «uniforme» e «divisa», rivelino una doppia natura di inclusione ed esclusione. Attorno a questa suggestione si raccolgono gli oltre 600 scatti realizzati da 44 fotografi internazionali, protagonisti di «Uniform. Into the work/out of the work» ospitati nella PhotoGallery del Mast fino al 3 maggio. Un tema attraverso cui ragionare sull’abbigliamento come forma d’identificazione sociale e lavorativa all’interno di contesti storici e geografici differenti. Un’apparenza che diventa espressione di appartenenza che ritroviamo nell’epocale ricerca di August Sander, nelle tute sporche degli scaricatori di carbone di Walter Evans, nei grembiuli dei pescivendoli e dei macellai ritratti da Irving Penn (nella foto, «Les garçons bouchers», 1950). Fra i contemporanei spiccano i sette imponenti ritratti a Oliver, soldato americano ritratto da Rineke Dijkstra a distanza di alcuni anni; i ritratti di Angela Merkel realizzati da Herlinde Koelbl nel suo «Traces of Power», progetto pluriennale costituito dai ritratti dei maggiori leader politici tedeschi; gli addetti alla sicurezza in uniforme di servizio, che svettano nei video di Marianne Müller. Progressivamente la moda assume un ruolo sempre più centrale, anche l’uniforme smette di essere semplicemente funzionale al lavoro che si svolge, ma si modifica sulla base delle tendenze dettate dalle grosse multinazionali del fashion, come emerge nella serie «Beauty lies within» di Barbara Davatz che fotografa alcuni commessi di H&M fuori dal proprio contesto lavorativo. Questo vale anche per la ricerca del fotografo americano Walead Beshty, a cui, nello stesso periodo, l’istituzione bolognese dedica una grande personale. Intitolata «Ritratti industriali» la mostra raccoglie più di 350 immagini realizzate immortalando artisti, collezionisti, curatori, galleristi, tecnici, direttori e operatori culturali con cui l’autore è entrato in contatto negli ultimi anni all’interno delle principali istituzioni artistiche internazionali. Il mondo della cultura viene così trattato come se fosse una società a sé stante, con divisioni e regole non scritte che determinano il comportamento e l’aspetto di ogni suo elemento. L’ambiente artistico, ritenuto erroneamente più immune da queste rigidità, si rivela in realtà un palcoscenico dove convivono diversi attori, tutti intenti a seguire un preciso copione per portare avanti l’industria culturale. Entrambe le mostre sono curate da Urs Stahel.

Monica Poggi