Un mago contro la muffa

A prima vista la Wunderkammer di Wes Anderson alla Fondazione Prada è seducente. Ma poi ci si chiede: perché il Kunsthistorisches di Vienna si è prestato a prendere la scorciatoia dello spettacolo?

Al primo sguardo si resta incantati, poi, come spesso succede, gli effetti dei giochi di prestigio svaniscono e ci si pone delle domande, se non si è proprio prigionieri della malia. Questo è avvenuto, almeno a me, alla mostra della Fondazione Prada di Milano, «Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori» (chiusa il 13 gennaio; cfr. n. 400. set. ’19, p. 19), curata dal regista Wes Anderson e dalla moglie illustratrice e designer Juman Malouf. I due artisti avevano a disposizione 538 tra opere d’arte, manufatti, spesso curiosi e stravaganti, reperti naturalistici ed etnografici provenienti dal Kunsthistorisches Museum e dal Naturhistorisches Museum di Vienna, «i musei gemelli che hanno ereditato e integrato le collezioni imperiali degli Asburgo», come si legge nella presentazione della mostra. Li hanno disposti in vetrine espositive molto eleganti, alternate a pareti dove quadri e acquarelli sono incastonati a misura in spazi incavi che li accolgono come gusci protettivi. L’effetto è quello di una personalissima Wunderkammer, un’iperbole di una camera delle meraviglie rinascimentale dove i signori delle corti imparavano a conoscere i misteri del mondo, sempre più grande in seguito alle scoperte geografiche, raccogliendo quanto di raro e prezioso era prodotto dalla natura e dall’intelligenza applicata dell’uomo. Quelle raccolte apparentemente casuali e disordinate erano una finestra aperta sull’universo noto, una specie di alfabeto visivo da ricomporre, una biblioteca non ordinata. Ma servivano a imparare. Qui invece appare chiaro che conta soprattutto l’accostamento imprevedibile e fantasioso, l’accordo dei colori, l’assonanza delle forme e si fatica a imparare, pur catturati dall’effetto spettacolare dell’allestimento. Quando, a titolo d’esempio, si cammina nel corridoio del «tutto verde» si rimane un po’ esterrefatti dal manierismo dell’operazione: sfilano giade e pietre dure naturali e lavorate, accanto a oggetti di piume extraeuropei (con il verde dominante), da vedere accanto a una Salomé di Bernardino Luini e un Apostolo di Giovanni Gerolamo Savoldo, lì schierati perché indossano un abito di scena verde. Non credo che Rodolfo II o Ferdinando del Tirolo, per parlare di due Asburgo che di Wunderkammern se ne intendevano e di cui Anderson e Malouf si sentono eredi, avrebbero mai adottato questa idea cromatica nel montare le loro collezioni. Piuttosto, quello che viene in mente nelle sale della Fondazione Prada, è l’intelligenza registica di un interior decorator come Axel Vervoordt che ci ha sedotti grazie a una serie di mostre con opere antiche e moderne e curiosità da Wunderkammer, esposte in un dialogo sempre molto efficace in palazzi storici e musei (il Museo Fortuny a Venezia, l’Ecole des Beaux Arts di Parigi). Ma Vervoordt dispiegava il suo gusto allestitivo e la sua fantasia creativa usando opere della sua raccolta privata o dei suoi amici collezionisti: non usava le opere di due grandi musei del mondo, che si sono svestiti della propria autorità affidando ad abili giocolieri il pur effimero riallestimento delle proprie raccolte. Spossessate della loro storia, le opere in mostra diventano il pretesto per una caccia al tesoro, perché tale, in assenza di cartellini alle pareti, è la ricerca affannosa di informazioni sulla natura delle opere esposte. Le si incontra solo all’interno di un libricino distribuito gratuitamente con il biglietto d’ingresso, dove lo schema grafico delle pareti e delle vetrine con il loro contenuto numerato progressivamente trova finalmente riscontro in brevi didascalie. L’avventura della scoperta è prevista fin dal titolo della mostra (il disvelamento di tesori «dimenticati») e mi pare evidente che il modello (insuperato in questo caso) è l’inventiva operazione di Damien Hirst e della sua favolosa spedizione «archeologica» subacquea messa in scena a Venezia nel 2017).
Dispiace che grandi musei come quelli di Vienna si arrendano a questa scorciatoia dello spettacolo, come se ormai ci fosse bisogno di un «mago» per rivitalizzare un’istituzione «muffa», per sostituire curatori «muffi». Apparentemente si tratta di una sconfitta del museo come istituzione educativa erede dell’illuminismo e al contempo del mondo degli studi. Ma forse è solo una sfida che va accettata, perché il museo e gli studi sono organismi vivi, e messi alla prova devono provare a rispondere alle esigenze della cultura del nostro tempo, senza però tradire la propria identità o negare la storia.

Alessandro Morandotti