Prigionieri dell’iconomia

Il supermercato delle immagini

Parigi. Il titolo della nuova mostra che il Jeu de Paume presenta dall’11 febbraio al 7 giugno è provocatorio: «Il supermercato delle immagini». Il museo parigino intende così confrontarsi con il problema dell’«onnipresenza» e della «sovrapproduzione» dell’immagine nelle nostre vite. Un mondo, con tre milioni di foto e video che circolano e si condividono ogni giorno sui social network, che si avvicina sempre più allo «spazio al cento per cento in mano all’immagine» predetto un secolo fa Walter Benjamin. La mostra presenta circa 60 opere di una cinquantina di artisti, storici, affermati o emergenti, da Sophie Calle a Maurizio Cattelan, da Sergei Eisenstein a Kazimir Malevic, da Richard Serra a Li Hao e Evan Roth, in cinque sezioni, dove disegni, video, installazioni multimediali si affiancano a lavori fotografici. È stata curata dal filosofo Peter Szendy, autore di Le supermarché du visible. Essai d’iconomie (pubblicato da Éditions de Minuit nel 2017), che elabora la nozione di «iconomia», intesa come la «dimensione economica della vita delle immagini», interrogandosi su questioni che vanno dalla gestione al trasporto allo stoccaggio di questi miliardi di immagini. Nella sezione «Stock», Andreas Gursky si interroga sull’egemonia dei giganti del web e sulla commercializzazione della cultura con la foto monumentale di uno dei giganteschi depositi di Amazon (2016). Evan Roth tappezza le pareti del museo con le immagini del web memorizzate nel suo computer dal giorno della nascita di sua figlia («Since you were born», 2019-2020). Nella sezione «Lavoro», è allestita una recente edizione dei «Telephone Pictures» di László Maholy-Nagy che nel 1923 aveva immaginato i primi quadri realizzati a distanza. Di Martin Le Chevallier è «Clicworkers» (2017), un video che raccoglie le testimonianze degli «operai del digitale» che producono like. La dimensione del denaro è presente nel breve film del 1928 di Hans Richter sull’inflazione e nelle recenti installazioni murali di Máximo González con banconote fuori corso («Degradación», 2010). C’è poi la questione degli scambi e della circolazione delle immagini. Trevor Paglen si è immerso nell’Oceano Pacifico per fotografare la rete di cavi ad alta velocità che trasporta i dati di tutto il mondo («NSA-Tapped Undersea Cables», 2016).

Luana De Micco