Peggy e l’arte migrante

Per la prima volta in mostra la collezione non occidentale della Guggenheim

Venezia. «Migrating Objects» sono quelli che Peggy Guggenheim cominciò a collezionare tra gli anni ’50 e ’60. Del primo piccolo nucleo acquistato dal mercante d’arte newyorkese Julius Carlebach nel 1959 (poi ampliato) Peggy stessa parla con entusiasmo nell’autobiografia Una vita per l’arte: «Mi ritrovai orgogliosa proprietaria di dodici fantastici oggetti […] si trattava di maschere e sculture della Nuova Guinea, del Congo belga, del Sudan francese, del Perù, del Brasile, del Messico e della Nuova Irlanda. Mi ricordai dei giorni in cui Max [Ernst] e io ci stavamo separando… e [lui] staccava dalle pareti tutti i suoi tesori, uno dopo l’altro: ora tornavano tutti da me».
Dal 15 febbraio al 14 giugno con il sottotitolo «Arte dall’Africa, dall’Oceania e dalle Americhe nella Collezione Peggy Guggenheim» una mostra presso la fondazione veneziana (a cura di Christa Clarke, R. Tripp Evans, Ellen McBreen, Fanny Wonu Veys e con Vivien Greene) attraverso 35 oggetti esposti per la prima volta indaga un aspetto ancora poco conosciuto dell’appassionata collezionista non senza creare un dialogo con esempi delle avanguardie europee in collezione che, com’è noto, subirono il fascino dell’arte primitiva traendone ispirazione.
Tra gli oggetti presentati in mostra, sculture lignee provenienti da Africa, Oceania, Americhe, come una figura maschile seduta, probabilmente della prima metà del XX secolo (Mali), una figura di reliquiario (mbulu ngulu), probabilmente fine XIX secolo-inizio XX secolo (Gabon), la maschera di corteccia, prima metà del XX secolo (Amazzonia settentrionale) e una figura di antenato, 1900-60 (Papua Nuova Guinea, nella foto).

Veronica Rodenigo