Messico e Usa: nessun muro tra i muralisti

New York. Frutto di un decennio di ricerca accademica e di importanti prestiti internazionali, la mostra «Vida Americana: Mexican Muralists Remake American Art, 1925-1945», dal 17 febbraio al 17 maggio al Whitney Museum, intende riscrivere un capitolo della storia dell’arte statunitense, quello che va dalla metà degli anni Venti alla fine del secondo conflitto mondiale, riconoscendo la profonda influenza di una generazione di artisti messicani sui pittori americani dell’epoca. «Esclusa dalle canoniche narrazioni dell’arte moderna negli Stati Uniti, l’eredità dei muralisti messicani dà forma a una visione più ampia del modernismo», spiega Barbara Haskell, curatrice della mostra insieme a Marcela Guerrero, Sarah Humphreville e Alana Hernandez. Con 200 lavori tra dipinti, affreschi staccati, film, sculture, stampe, fotografie e disegni, realizzati da oltre 60 artisti americani e messicani, l’esposizione occupa l’intero quinto piano del museo newyorkese. Imperdibili le opere dei «los tres grandes», i muralisti Diego Rivera, José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros: il primo autore dell’epico murale per il Detroit Institute of Arts (1932), documentato in mostra attraverso fotografie panoramiche e touchscreen, e degli affreschi (distrutti) per il Rockefeller Center, di cui in mostra si possono ammirare due studi originali; l’ultimo, Siqueiros, il più radicale dei tre, e fondatore dell’Experimental Workshop vicino a Union Square nel 1936, che influenzò persino Pollock nell’elaborazione del dripping. Fra gli artisti americani in mostra, Thomas Hart Benton, Philip Guston, Charles White e Harold Lehman, per i quali i muralisti messicani fornirono un modello per rappresentare scene di ispirazione socio-politica.

F.Flo.