Al servizio della parola scritta

Fabio Mauri al Museo Novecento

Firenze. Al Museo Novecento la mostra «Solo-Fabio Mauri» (fino al 30 aprile) è dedicata a un aspetto peculiare dell’attività di Mauri, instancabile sperimentatore, il cui pensiero, in linea con le grandi ideologie europee, lo porta, dagli esordi con i giovani artisti di piazza del Popolo agli anni duemila, a operare sempre, nelle installazioni e nelle celebri performance, ponendosi «al servizio della parola scritta per la sua diffusione o transumanza nell’arte», come affermerà nel 2009, anno della sua scomparsa, nella ferma convinzione che «cambiando il linguaggio si migliora il mondo». Per questo il disegno per Mauri va essenzialmente inteso come progetto, in un’accezione che, notano i curatori Giovanni Iovane e Sergio Risaliti, ha molto a che vedere con quel «primato del disegno» teorizzato da Vasari del Rinascimento fiorentino, laddove il disegno è appunto la traduzione dell’idea, cui Mauri coniuga l’attitudine contemporanea del trasformare in atto (quindi nell’azione, in opera e in performance) l’idea stessa.
Si parte quindi dagli «Schermi» alla fine degli anni ’50, in cui lo schermo (luogo in cui poter disegnare e soprattutto proiettare immagini o imprimere testi o frasi) è spazio di negazione e di possibilità sempre differita dell’arte, per proseguire in quella dialettica ideologica negativa, che è tratto peculiare e distintivo della sua esperienza artistica. La concezione di disegno si estende anche a tecniche miste e alla performance: «Per me la performance è una logica evoluzione del quadro. È un collage con oggetti viventi, uomini o animali, per esempio il cane, in “Dramophone” (1976)»: una serie quest’ultima in cui i chiari accenti politici che la animano rivelano sempre una concezione artistica e non sociologica. Lo stesso per la grande linea di orizzonte allestitiva in cui si presenta «Linguaggio è guerra» del 1975.

Laura Lombardi