Sadico, come Giacometti

«Crudeli oggetti del desiderio» ispirati dal perverso marchese

Parigi. Il marchese de Sade ispirò Alberto Giacometti. Il filosofo e poeta libertino, tra i cui scritti si ricorda Le 120 giornate di Sodoma, composto febbrilmente durante la prigionia alla Bastiglia, appassionò gli ambienti surrealisti parigini. Nel 1933, l’artista svizzero, che si era trasferito nella capitale francese nel 1922 e aveva raggiunto il gruppo dei surrealisti nel 1929, scriveva ad André Breton, «capofila» del movimento: «Ieri ho letto Sade, che mi appassiona molto e continuerò a leggerlo». Giacometti aveva di recente perso il padre e attraversava un periodo di depressione quando, su consiglio dello stesso Breton, si era immerso nella lettura dell’opera di Sade. A questo periodo «oscuro» e ai lavori che ne sono nati, l’Institut Giacometti dedica la mostra «Giacometti/Sade. Crudeli oggetti del desiderio», presentata fino al 9 febbraio. L’istituzione del quartiere Montparnasse, lo stesso dove visse Giacometti, a qualche traversa da lì, fa notare che, negli anni ’30, il nome di Sade torna più volte negli appunti di Giacometti e che quest’ultimo a un certo punto si era messo a realizzare degli «oggetti a funzionamento simbolico di un erotismo violento che trovano il loro pendant negli scritti di Sade». Sin dal 1929, Giacometti disegna sui suoi quaderni sculture evocatrici che rinviano agli organi genitali e scene di prostituzione. Schizza anche delle scene di tortura e nel 1930-31 realizza la scultura «Cage», prestata dal Moderna Museet di Stoccolma, con personaggi chiusi in una gabbia. Alcune opere tra il 1929 e il 1933 fanno allusione a una sessualità violenta che rinvia allo stupro e alla morte, come il bronzo «Femme couchée qui rêve» (1929). Nel 1931 realizza anche delle sculture astratte dalle forme ambigue che chiama «oggetti mobili e muti» e rinviano al corpo e al piacere sadico, come «Objet désagréable à jeter» (1931).

Luana De Micco