L’arte politica e leggera di Keith

Bruxelles. Le battaglie militanti che Keith Haring portò avanti nel corso degli anni ’80 sono al centro della monografica che Bozar dedica fino al 19 aprile all’artista pop americano, 30 anni dopo la sua morte prematura, a soli 31 anni, nel 1990. Apertamente gay, malato di Aids, l’artista denunciò il razzismo, l’omofobia, le ingiustizie sociali e militò contro la corsa all’armamento nucleare e l’apartheid in Sudafrica. Come Jean-Michel Basquiat, l’altro enfant prodige della street art americana, Haring voleva che l’arte uscisse dai musei diventando accessibile a tutti. «Keith Haring» è realizzata in collaborazione con la Keith Haring Foundation di New York e la Tate Liverpool e dopo Bruxelles raggiungerà il Museum Folkwang di Essen (22 maggio-6 settembre 2020). Sono allestite più di 80 opere, disegni, video, collage, murales, che ripecorrono la carriera dell’artista e le sue influenze, dalle calligrafie e i geroglifici egiziani a Andy Warhol e Pierre Alechinsky. È presentata anche «Black light» (1983), installazione di luci fluorescenti e musica disco. Foto e documenti di archivio completano l’allestimento. Nella foto «Fear=Ignorance» (1989).

L.D.M.