«Uomo piacevole» e connoisseur

Agli Uffizi Pietro Aretino e i suoi legami con l’arte

Firenze. Pietro Aretino, una delle maggiori figure di intellettuale del ’500, firmava una giovanile raccolta di poesie, l’Opera nova, come «pictor». E il suo legame con il mondo dell’arte rimarrà fortissimo, come ben illustra la mostra «Pietro Aretino e l’arte del Rinascimento», a cura di Anna Bisceglia, Matteo Ceriana e Paolo Procaccioli (due storici dell’arte e un italianista), fino al 3 marzo nell’Aula Magliabechiana della Galleria degli Uffizi, incentrata sui rapporti tra parola e immagine, come fu la mostra dedicata a Pietro Bembo a Padova nel 2013 (cfr. n. 328, feb. ’13, p. 29). «L’Aretino è spesso ricordato solo come scrittore satirico e orditore di trame politiche, ma la sua produzione è ben più ampia e complessa, spiega Anna Bisceglia; di grande interesse sono anche le lettere che scrive agli artisti, perfino a quelli che vede tutti i giorni, con l’intento quindi di renderle pubbliche, quasi degli elzeviri; inoltre Aretino, come già scrisse Longhi, è forse il primo connoisseur». Annunciata dal convegno dello scorso anno alla Fondazione Cini di Venezia, la mostra è strutturata secondo una scansione biografica ma con alcuni affondi tematic (ad esempio quello che riguarda il rapporto con la sfera del sacro). Si parte dall’attività giovanile di Pietro tra Arezzo (dove era nato nel 1492) e Perugia, per proseguire con la Roma dei papi Leone X e Clemente VII dove viene introdotto alla vita cortigiana da Agostino Chigi. Lasciata Roma nel 1525, Aretino soggiorna a Mantova poi si stabilisce a Venezia, dove creerà con Tiziano e Jacopo Sansovino un «potentato delle arti». «Aretino è molto attento ai giovani, precisa la Bisceglia: sarà uno dei primi a sottolineare la teatralità del “Miracolo dello schiavo” di Tintoretto, e la novità della sua pittura veloce ma mai eccessiva; ed è lui a scoprire Leone Leoni, che diverrà lo scultore di Carlo V».
Oltre a dipinti, quali la «Sacra conversazione» del perugino Giovan Battista Caporali, un «Ritratto femminile» di Raffaello e Giulio Romano e quello di Sebastiano del Piombo, lo «Stendardo della Resurrezione» di Tiziano, la «Lucrezia» di Lorenzo Lotto, il «Ritratto di Giovanni dalle Bande nere» di Salviati, e sculture (come il rilievo bronzeo di Leoni che ritrae Carlo V, in prestito dal Louvre), troviamo oggetti di arte applicata (la «Cassetta medicea» in cristallo di rocca di Valerio Belli), arazzi, incisioni, tra cui le dieci tavole a bulino del «Giudizio» di Michelangelo, del mantovano Giorgio Ghisi (Aretino, che non può vedere gli affreschi di persona, ne chiede documentazione), miniature e libri a stampa. Preziosa l’esposizione dell’esemplare «T» (appartenuto a Toscanini) dei Sonetti lussuriosi (post 1537?-1550), l’unico integro. Nella sezione conclusiva, «Imago Petri», il celebre «Ritratto dell’Aretino» inviato da Tiziano a Cosimo I de’ Medici e anche quello, da Basilea, recentemente attributo al maestro cadorino sulla rivista «Apollo»; infine il dipinto di Anselm Feuerbach «La morte di Aretino» (1854), a sancire il prestigio raggiunto da quel figlio di calzolaio, che finirà invece sepolto, nel 1556, con la catena di lingue d’oro smaltate, omaggio del re di Francia.

L.L.