L’ucraino antieroe del capitalismo

Baden-Baden. Crudo realismo e messa in scena, documento e sperimentazione, malinconia e umorismo, reportage e teatro: sono gli elementi che si combinano nello sguardo dissacrante e intimo di Boris Mikhailov (1938, Charkiv, Ucraina), una delle voci più incisive della fotografia europea contemporanea, testimone insofferente del regime sovietico e infaticabile osservatore delle conseguenze del suo collasso, capace di restituirci gli ultimi cinquant’anni di storia dell’Ucraina in una molteplicità di registri impressionante. Curata da Luisa Heese, «The Space Between Us» è la retrospettiva che la Staatliche Kunsthalle di Baden-Baden gli dedica fino al 9 febbraio, esponendo molte delle serie prodotte dagli esordi del 1965 a oggi, con particolare accento sulla vena concettuale che filtra in tutta la sua poetica, dominando i primi decenni di un’attività che si radica nel clima delle neoavanguardie russe. La sua vicenda artistica si apre con la fine della carriera di ingegnere, quando viene allontanato dalla fabbrica dove lavora, per dei nudi scattati alla moglie. Da allora continuerà a raccontare la vita nel suo Paese, i sogni e le delusioni di un intero popolo, la fragilità umana che si scontra con il regime. Si trasferisce a Berlino dopo la caduta del muro, senza perdere mai di vista la sua terra, e finalmente esce allo scoperto dopo la fine dell’Unione Sovietica nel 1991. Da qui nascono i progetti per i quali è noto al mondo, primo tra tutti il feroce «Case History», con la miseria senza redenzione incarnata dai senzatetto (nella foto, uno scatto senza titolo della serie, 1997-98); oltre ai vari «On the Ground», «At Dusk», «Unfinished Dissertation», il diario con annotazioni a mano intorno alle fotografie, «The Theater of War». In mostra anche le visioni oniriche di «Superimpositions», con le diapositive sovrapposte due a due; la serie «Luriki» dove ridipingendo vecchie immagini in bianco e nero si fa beffe degli stereotipi estetici di regime; e l’ironia della performance solitaria di «I Am Not I», con gli autoritratti nei panni dell’antieroe del nuovo capitalismo.

Chiara Coronelli