I migranti del Bauhaus

Chicago. Tra gli anni Trenta e Quaranti molte tra le migliori menti d’Europa, scrittori, politici, filosofi, scienziati e artisti riuscirono a sfuggire alle persecuzioni nazi-fasciste ed ebbero la fortuna e la lungimiranza di scappare e rifugiarsi negli Stati Uniti, creando così in città come New York e Chicago un fermento intellettuale senza paragoni. Quando, nel 1933 a Berlino, Hitler fece chiudere il Bauhaus, modello di istruzione progressista che combinò magistralmente l’arte, l’artigianato, l’architettura, l’urbanistica e il design, Ludwig Mies van der Rohe, ultimo direttore della scuola, insieme a László Moholy-Nagy, ed altri membri del corpo docente, emigrarono negli Stati Uniti e si stabilirono a Chicago dove insegnarono in quella che divenne The New Bauhaus, poi rinominato Institute of Design (ID) e infine Illinois Institute of Technology (IIT). La loro storia e l’impatto fondamentale che le loro idee ebbero nelle teorie architettoniche, urbanistiche e di design anche all’interno del mondo culturale statunitense sono ora l’oggetto della mostra «Bauhaus Chicago: Design in the City» che l’Art Institute of Chicago organizza fino al 26 aprile. Comprende l’allestimento di fotografie, tessuti, gioielli, sculture, modelli d’architettura e pianificazione urbanistica dei docenti e talentuosi studenti come Ludwig Hilberseimer, Elsa Kula, Nathan Lerner, Emmett McBain, Art Sinsabaugh e Angelo Testa che, con il loro lavoro, segnarono un momento fondamentale nella storia dell’architettura e del design. Nella foto, «Chicago» (1948) di Harry Callahan.