Genealogie dell’arte

Alla Fundación March la nascita del pensiero visivo in una mostra che rende omaggio ad Alfred Barr

Madrid. Se la storia dell’arte è fatta di oggetti creati per essere visti, non dovrebbe anche essere raccontata in modo prevalentemente visivo e non testuale o astratto? Si sviluppa a partire da questa riflessione la mostra «Genealogie dell’arte o la storia dell’arte come arte visiva», che si può visitare nella Fundación Juan March di Madrid fino al 12 gennaio e poi nel Museo Picasso di Malaga dal 26 febbraio al 31 maggio. La rassegna analizza le molteplici rappresentazioni visive della storia dell’arte (alberi genealogici, mappe, allegorie, grafici, diagrammi ecc.) elaborati da oltre cento artisti, critici, designer e teorici, dal XVII secolo a oggi. In totale sono esposte 330 opere tra dipinti, sculture e rappresentazioni varie, più un centinaio di documenti, selezionati da Manuel Fontán del Junco e José Lebrero Stals, rispettivamente direttore della Fundación March e del Museo Picasso.
In un certo senso la mostra è un omaggio ad Alfred H. Barr jr, che nel 1929 aveva fondato a soli 27 anni il primo museo d’arte moderna del mondo, il MoMA di New York di cui fu primo direttore e anche il primo curatore, nel significato contemporaneo del termine. Per questo il percorso espositivo si sviluppa intorno al famoso diagramma che Barr aveva realizzato per la copertina del catalogo di una mostra destinata a diventare storica: «Cubism and Abstract Art» del 1936, che intendeva rendere visibili gli antecedenti dell’arte astratta dal 1890 al 1936. Per materializzare questi concetti, i curatori hanno sostituito i riferimenti del diagramma disegnato con vere opere d’arte, verificando così la sua plausibilità visiva. Come fiore all’occhiello si espongono alcune delle opere presenti nella mostra originale di Barr, come «Paesaggio con due pioppi» (1912) di Kandinskij e «Donna su una poltrona» (1929) di Picasso e lavori di tutti i grandi dell’avanguardia tra cui Brancusi, Malevic, Boccioni, Moholy-Nagy, Klee, Arp, Picabia e Delaunay.
Secondo i curatori «non si tratta di una mostra collettiva o a tema, ma piuttosto di un esperimento su come si può narrare visivamente una storia per completare le abituali presentazioni teoriche discorsive». Inoltre, la mostra è un esercizio di ricostruzione del tentativo più ambizioso e precoce di dotare l’arte della prima metà del XX secolo di un canone e di una genealogia che copre quasi tre generazioni. «La lezione di Barr è che ogni esposizione, intenzionalmente o no, contiene un diagramma» concludono i curatori, ricordando che oggi siamo abituati a una continua mappatura di dati, ma nel 1936 era un’idea assolutamente innovativa. Per la mostra viene pubblicato un catalogo in spagnolo e inglese, con riproduzioni di tutte le opere e saggi di specialisti come Astrit Schmidt-Burkhardt, Manuel Lima, Eugenio Carmona, e Uwe Flecker.

Roberta Bosco