Una saga fiamminga

Madrid. Molto prima che nascesse il concetto di marchio registrato, tra il Cinquecento e la fine del Seicento, una famiglia di pittori olandesi, i Brueghel, trasformò il proprio nome in un marchio di fabbrica riconosciuto in tutta Europa. È questa la tesi della mostra «Brueghel. Meraviglie dell’arte fiamminga», patrocinata dalla Fondazione Terzo Pilastro, che arriva in Spagna dopo un tour internazionale. Si tratta della sesta rassegna organizzata da Arthemisia España nel madrileno Palacio de Gaviria. «I figli seguono i passi del padre, il capostipite Pieter Brueghel il Vecchio (1525-60), spiega il curatore Sergio Gaddi, contribuendo così a consolidare la sua fama e quella della loro saga». In mostra, fino al 12 aprile, un centinaio di opere, tutte di collezioni private, di otto artisti che attraverso quattro generazioni incarnano la rivoluzione estetica dei Brueghel. «Il paesaggio assume il ruolo principale dimostrando la fragilità e la limitazione umana di fronte al potere della natura», sottolinea Gaddi. Così mentre in Italia Leonardo e Michelangelo esaltano l’essere umano, il calvinismo spinge i pittori fiamminghi a celebrare la natura immensa, pericolosa e affascinante. Gli effetti della riforma protestante si mescolano con la saggezza popolare in opere dense di contenuti moraleggianti, che parlano di salvezza e condanna proprio nel momento in cui il re Filippo II manda il duca d’Alba a convertire i protestanti con le armi. Il percorso continua con Brueghel il Giovane, che si mantiene fedele alla tradizione famigliare, ma sviluppa anche uno stile personale, ironico e attento agli aspetti più brutali della vita; Jan Peter e Abraham, pittori di nature morte e fiori; e Ambrosius, artista poco studiato, di cui viene esposto un pressoché sconosciuto ciclo di quattro opere allegoriche sulla forza degli elementi (nella foto, «Allegoria dell’Aria», 1645 ca).

Roberta Bosco