Tra Bach e Charlie Parker

Alla Galleria De Crescenzo & Viesti fino al 29 dicembre una mostra riporta idealmente nella sua città d’elezione il lucano Giacinto Cerone, nato a Melfi nel ’57 e morto nella capitale nel 2004. «Una nota che non c’è» è il titolo sotto cui vengono a essere riunite una quindicina di sculture in ceramica realizzate dal 1993 all’anno della morte, ma è anche una dichiarazione di poetica espressa in più di un’occasione dall’artista: la «nota che non c’è» è quella che, ispirata soprattutto al jazz del sassofonista Charlie Parker, lo scultore cercava nell’arte plastica. Le sculture in mostra, tutte monocrome (rosse, bianche, nere) e per lo più astratte, con leggeri affioramenti di teste elefantine o leonine, sono frutto, come sempre in Cerone, di un rapporto fisico e viscerale con la materia. La creta, spesso in forma di involucro geometrico cavo, viene aggredita con pugni, graffi e colpi di bastone, che squarciano, torcono e comprimono la massa secondo cadenze di gestualità rapida e libera. Ispirato dalla musica (Bach fu un altro suo mito), dalla poesia (Rilke, Montale), o dalla capacità dell’amato Borromini di comprimere in poco spazio svariate tensioni energetiche, Cerone diceva che «dobbiamo essere martelli che spaccano i vetri per far entrare il vento nelle case». Poco prima di morire dichiarò di sentirsi «il risultato di una serie di stanchezze universali, gonfie di emozioni degli altri». Nella foto, la ceramica «Elefante» (2004).

Guglielmo Gigliotti