Mario Negri a Milano

Un’ampia selezione di lavori in bronzo e gesso

Sono gli ambienti e il giardino di Villa Necchi Campiglio, bene del Fai nel cuore di Milano, a offrire uno scenario d’eccezione all’opera di Mario Negri (Tirano, 1916-Milano, 1987), scultore formato a Milano e poi attivo con successo in città, nella fervida stagione del secondo dopoguerra. La mostra «Mario Negri. Scultore a Milano» (fino al 6 gennaio, catalogo Skira), a cura di Luca P. Nicoletti, ricostruisce filologicamente il suo percorso dal 1957, quando esordì nella storica galleria del Milione, fino all’improvvisa scomparsa, nel 1987. Formato all’Accademia di Brera, amico nei secondi anni ’30 degli artisti di «Corrente» e assiduo nello studio di Manzù, in guerra Mario Negri fu prigioniero nei campi tedeschi in Polonia, e lì strinse amicizia con Luigi Carluccio, Roberto Rebora, Enzo Paci, con cui avrebbe consolidato la sua passione per l’arte. Tornato a Milano, mentre frequentava alcune fonderie, si dedicava anche alla critica d’arte, scrivendo su «Domus», la rivista fondata da Gio Ponti. E l’amicizia con il grande architetto gli avrebbe portato, tra le altre, la commessa per un monumento a Eindhoven, in Olanda, nel 1967. Cuore della sua ricerca era la figura umana femminile e in movimento, da lui strutturata secondo i modelli del Cubismo storico, più che del Neocubismo postbellico, che conferivano alle sue figure una potente sintesi formale. Ma anche il «monumento», da lui declinato in piccola scala con una speciale attenzione al concatenamento delle masse, era fra i suoi temi prediletti, per l’indagine che comportava sulle relazioni tra scultura e spazio esterno. Gli ambienti di Villa Necchi Campiglio, ideati nei primi anni ’30 da un Piero Portaluppi già «razionalista», e poi rivisitati negli anni ’50, offrono perciò uno sfondo perfetto al suo percorso d’artista, che qui culmina nel sottotetto, con uno speciale allestimento a lui dedicato.

Ada Masoero