Mani d’oro

Sette secoli dividono le tavole più antiche (del XIV secolo) esposte nella Galleria Salamon dai lavori di Maurizio Bottoni (Milano, 1950) e Paolo Londero (Milano, 1969). Le unisce però il bagliore dell’oro, con il carico di valenze simboliche spirituali e materiali di cui questo materiale è da sempre portatore. Ma le unisce anche quella «sapienza del fare» delle antiche botteghe che Cennino Cennini, nel ‘300, tramanda nel suo Libro d’arte, minuzioso trattato sulla produzione artistica in cui dedica ben 12 capitoli alle tecniche di doratura delle tavole. Nella mostra «Oro, 1320-2020. Dai Maestri del Trecento al Contemporaneo» (dal 22 novembre al 31 gennaio, in Palazzo Cicogna), Matteo Salamon ha riunito dipinti su fondo oro del ’300, di scuola giottesca, e opere del primo ’400 eseguite da artisti attivi nell’ambito del Gotico internazionale tra Firenze e l’Italia centrale (Giovanni Gaddi, Andrea di Bonaiuto, Antonio Veneziano, il Maestro dell’Incoronazione della Christ Church Gallery di Oxford a Mariotto di Nardo, Ventura di Moro, Giovanni Antonio da Pesaro) e li ha accostati a lavori del XX e XXI secolo, come il «Concetto spaziale» in oro del 1960 di Lucio Fontana, o i dipinti di Bottoni, così fedeli ai precetti di Cennini, e la «Gallina dalle uova d’oro» di Londero, che a prima vista sembra apparentarsi alla preziosissima «Chioccia» longobarda del Tesoro del Duomo di Monza, ma che in realtà è modellata in un ironico papier maché. Nella foto, «Angelo annunciante» di Antonio Veneziano.

Ada Masoero