Luca fait vite

Dopo la mostra su Vincenzo Gemito (fino al 26 gennaio; cfr. lo scorso numero, p. 44), il Petit Palais inaugura «Luca Giordano (1634-1705). Il trionfo della pittura napoletana», che si tiene dal 14 novembre al 23 febbraio, sempre nell’ambito della «stagione napoletana» promossa dal museo parigino. La mostra, curata (come quella su Gemito) a quattro mani da Sylvain Bellenger e Christophe Leribault, direttori rispettivi del Museo di Capodimonte e del Petit Palais, presenta per la prima volta in Francia, in un’ampia retrospettiva ordinata cronologicamente, l’opera del pittore noto anche come «Luca Fapresto». Apprendista nella bottega di Jusepe de Ribera, spagnolo ma napoletano d’adozione, Giordano si recò a Roma verso il 1653 per perfezionarsi nel disegno studiando Michelangelo, Raffaello e i Carracci. Nutrendosi sia di modernità barocca che dei maestri del passato, Giordano divenne un artista versatile, assumendo stili diversi in funzione dell’opera e del suo committente, passando dal puro naturalismo a scene tipicamente barocche. Il suo soprannome si deve alla rapidità con cui dipingeva. Produsse più di 5mila dipinti e affreschi per le chiese di Napoli e più tardi, in Spagna, per l’Escorial di Madrid e la cattedrale di Toledo. È proprio questo aspetto che la mostra vuole mettere in evidenza, il modo in cui Giordano «ha saputo prendere il meglio delle diverse correnti stilistiche dell’epoca per giungere a formule che seppero sedurre il suo secolo». Il percorso di Luca Giordano è illustrato in 120 opere, tra cui una ventina di disegni. Da Copodimonte arrivano quadri monumentali come «Apollo e Marsia» (207,5×261,5 cm) e «San Gennaro intercede per la cessazione della peste del 1656» (400×315 cm). Il Prado di Madrid presta «Sansone e il leone» (1694-96) e «Perseo vincitore di Medusa» (1698). Nella foto, «Autoritratto».

Luana De Micco