L’arte italiana è una miniera d’oro

La visione delle «mille luci di New York», quelle riflesse nelle strutture metalliche dei suoi grattacieli, ispirò a Fontana, che visitò la città nel 1961, l’utilizzo di lamiere d’ottone dorato. Dello stesso anno è un «Concetto spaziale» (nella foto), un taglio su un impasto dorato su tela, presentato nella mostra «Oro d’Italia», organizzata dalla galleria romana Casoli De Luca in concomitanza con l’edizione newyorkese del Tefaf (cfr. lo scorso numero, «Il Giornale delle Mostre», p. 41). La mostra, realizzata in collaborazione con lo Studio Geuna, dopo la prima uscita a Roma ha sede sino al 27 novembre in una storica Town House all’8East 63rd Street: è un invito alla ricerca di un «filone aureo» nell’arte italiana a partire dai fondi oro toscani del XIV secolo e proseguendo con il Simbolismo (Adolfo Wildt), il Futurismo (Giacomo Balla), l’Informale (Burri) lo Spazialismo (Fontana, Crippa), l’Astrattismo monocromo (Castellani e Bonalumi) e oltre, sino alle neoavanguardie del secondo ’900 e al presente. In questo itinerario sulla storia dell’arte italiana trovano posto un Pistoletto ancora pittore («Autoritratto oro», 1960), un prezioso nucleo di sculture di Melotti, l’attrazione per l’oro manifestata dal Poverismo (Kounellis, Fabro, Paolini, Boetti). E ancora l’oro nella sua valenza alchemica e simbolica (De Dominicis), la sua presenza nel sensuale ornamentalismo di Ontani, il suo ritorno nelle opere di Rudolf Stingel e Lara Favaretto, senza escludere, in questa eterogenea compagine, Carla Accardi, Manzoni, Thorel, Salvadori, Falci e Spazzini Villa.

R.A.