La storia è una buca

St Ives. Nata in Nigeria 45 anni fa, Otobong Nkanga, artista di stanza ad Anversa, intreccia nella propria opera riflessioni su colonialismo, ambientalismo e corporeità. E lo fa attraverso una pratica fortemente multidisciplinare, che abbraccia la produzione di arazzi, disegni, fotografie, collage, installazioni, video e performance. Recentemente nota per la scultura-arteria di marmo e vetro di Murano che attraversa parte dell’Arsenale nell’edizione corrente della Biennale di Venezia (lavoro con cui Nkanga si è aggiudicata una menzione speciale nell’ambito della rassegna), l’artista denuncia l’incontrollato sfruttamento minerario a scopo della produzione capitalistica di massa. Nella sua prima antologica britannica («From Where I Stand»), fino al 5 gennaio alla Tate St Ives, un numero di lavori si ispira proprio alla storia di siti estrattivi e miniere, come quella di Tsumeb in Namibia. Estrarre, per la Nkanga, significa «svuotare»: la terra, le persone e la cultura del luogo. «Si ha l’impressione, lei stessa dichiara, che la storia sia una buca che continuiamo a scavare e su cui continuiamo a costruire». Oltre a una selezione di opere precedenti (fra cui il lavoro che dà il titolo all’esposizione, un tappeto che raffigura il minerale mica), molte delle quali mai esposte prima, la mostra presenta diversi nuovi lavori: un dipinto su muro, un’installazione scultorea e una performance, che prende come spunto mitologie indigene e storie di paesaggi deturpati dall’attività umana. Nella foto, «Social Consequences IV: The Search», 2013.

Federico Florian