Il nostro tempo frammentato

Otto anni per decidere che l’opera era incompiuta

Berlino. Se dicessimo che viviamo in un mondo in frantumi non saremmo, secondo la curatela della mostra «Tempo per i frammenti – Opere dalle Collezioni Marx e della Nationalgalerie» (dal 9 novembre fino a metà 2020 all’Hamburger Bahnhof), nel nostro presente, nell’età dell’uomo contemporaneo. Il «frammento» inteso come residuo di un ex intero o parte di un incompiuto rimanda a un’idea oramai superata, tipica della cultura rinascimentale e poi di quella romantica volte a ricercare o credere in un tutto compiuto o a vagheggiarlo; una teoria che non è più adatta al nostro tempo in cerca di frammenti in quanto microenti autonomi che sono la natura stessa dell’uomo contemporaneo. Il XX secolo è stato l’età di un mondo incompiuto e frammentato proprio in quanto evoluto, non involuto o decadente col tempo. Quando Anaïs Nin andò a trovarlo nel suo atelier parigino, Marcel Duchamp le disse: «Il nostro è un tempo per frammenti»; le voleva spiegare il perché della sua opera «Il grande vetro» alias «La sposa messa a nudo dai suoi scapoli» (1915-23), e come gli era venuta l’idea di raccogliere in una scatola frammenti di scritti o microimmagini con cui l’avrebbe composta. Ci mise 8 anni a terminare quel capolavoro o meglio a smettere di lavorarvi, quando lo disse «definitivamente incompiuta», portata all’esasperazione moderna del non finito. Con dipinti, sculture, fotografie, disegni e installazioni fra gli altri di Joseph Beuys, Anish Kapoor, William Kentridge, Sam Taylor-Johnson, Cy Twombly e Andy Warhol dalle due collezioni di casa (Marx e Nationalgalerie) è in scena all’Hamburger Bahnhof una descrizione del nostro tempo per frammenti.

Francesca Petretto