Il colore deve essere spaziale

Prosegue fino al 21 gennaio, da Dep Art Gallery, la prima personale dell’artista franco-venezuelano Carlos Cruz-Diez (Caracas, 1923-Parigi, 2019), dopo la recente scomparsa. Intitolata «Carlos Cruz-Diez. Colore come evento di spazi», organizzata con Articruz e commentata da un testo di Francesca Pola, la mostra esibisce 16 grandi opere dei momenti più significativi del suo lavoro, tratte da cinque sue serie (Couleur Additive, Physichromie, Induction Chromatique, Chromointerférence, Couleur à l’Espace), cui si aggiunge lo spazio interattivo «Pyramide d’Interférences Chromatiques», realizzato nel 2018 in vista di questa mostra. Cruz-Diez, il cui lavoro è presente nei maggiori musei internazionali di arte contemporanea, ha lavorato sin dagli anni ’60 sul colore, da lui indagato sul piano percettivo «non come elemento compositivo ma come accadimento reale», in stretta relazione con le avanguardie cinetiche che in quel tempo fiorivano nel mondo intero. I suoi lavori si fondano, infatti, sulle proprietà delle radiazioni cromatiche, tanto che nella cromografia su alluminio «Color Aditivo Yuruani» (2017) in cui figurano due soli colori, un terzo, più scuro, si manifesta nella loro linea di congiunzione proprio per effetto del contatto. Anche in altre sue sperimentazioni il colore non è inserito dall’artista, ma scaturisce da presenze diverse: come in «Couleur à l’Espace», dove è un’asta metallica da lui posta sulla superficie multicolore a generare nuove cromie. Come suggerito dal titolo della mostra, il colore diventa dunque un «evento spaziale», frutto dell’interrelazione con l’osservatore e connotato da intensi stati emotivi. Nella foto, «Physichromie Panam 232» (2015).

Ada Masoero