Dormire, forse

In un mondo dominato dall’efficientismo, dall’iperproduzione e iperconnessione, il sonno sembra essere l’ultima frontiera della resistenza umana, un momento di pausa all’interno delle «cities that never sleep». Partendo dal libro di Jonathan Crary 24/7: Late Capitalism and the Ends of Sleep, Lýdia Pribišová ha portato ad Albumarte (dall’8 novembre al 7 dicembre) una mostra collettiva dal titolo «What is happening with sleep today?», accostando il lavoro di tre artisti: il duo slovacco-polacco Barbora Zentková e Julia Grybo´s, l’australiano Ben Landau e il ceco Martin Kohout. Quest’ultimo presenta il film «Slides» (nella foto), parte di un progetto di ricerca in corso su questioni che riguardano il lavoro notturno, il sonno e come l’uso delle tecnologie sta cambiando il nostro modo di rispondere agli impulsi; Landau, invece, dà vita a un’installazione interattiva dal titolo «Sleeper Cells» che mette in connessione conscio e inconscio e che, come scrive la curatrice, «mescola bizzarrie, fatti credibili e incredibili in un cocktail postverità contemporaneo». Infine, la Zentková e la Grybo´s, con la loro installazione site specific «The Shallow Sleep of Emergency Mode II», realizzano una costruzione che assembla reti metalliche con tessuti dipinti a mano in cui, però, una parte sostanziale del lavoro è una colonna sonora meditativa che invita gli spettatori a immergersi nei propri pensieri, lasciandoli in balia di un flusso associativo di pensieri, come quello che ci prende… quando non riusciamo a dormire.

Silvano Manganaro