Crediamo a quello che vediamo

Caline Aoun contro il mondo globalizzato delle immagini

Berlino. Ha appena compiuto il suo primo anno di vita il Palais Populaire di Berlino, forum di arte, cultura e sport, portando a casa un bilancio piuttosto positivo quanto ad attività ed eventi di valore e relativo numero di visitatori. Eccolo ospitare, dal 15 novembre fino al 2 marzo dell’anno venturo, la personale della vincitrice del premio Deutsche Bank’s Artist of the Year 2018-19 istituito ogni anno dal colosso bancario qui padrone di casa: è l’artista libanese Caline Aoun (Beirut, 1983) già nota in Italia per la sua prima assoluta al MaXXI di Roma nell’autunno 2018. Con questa intitolata «Caline Aoun: seeing is believing», qualcosa come il nostro italiano «vedere per credere», torna un anno dopo a esibirsi a Berlino, cercando nuovi dialoghi coi diversi ambienti museali che ha a disposizione.
La Aoun fa parte di una generazione di giovani libanesi cresciuti all’estero dopo lo scoppio della guerra civile (1975); dopo aver studiato alle londinesi Central Saint Martins School of Art and Design e alla Royal Academy School, Caline ha conseguito nel 2012 un dottorato in Belle Arti presso l’Università East London. All’inizio ha utilizzato la pittura come medium per sperimentare le sue nuove strategie concettuali per volgersi poi alla fotografia dove ha sviluppato nuove tecniche nel digitale. Nella sua arte tutto ruota attorno a una domanda chiave: quanto è alterata la nostra percezione di immagini e informazioni reali dalle tecniche e tecnologie digitali di nuova creazione? Evidentemente la sua critica al mondo globalizzato, ancora più aspra oggi che è tornata a vivere vicino alla sua Beirut, ha per oggetto il diluvio di immagini che comporta la digitalizzazione del nostro mondo che lei sospende tra reale e astratto, fisico e digitale, malleabile e travisabile come più ci piace.

Francesca Petretto