Cagli magico-totemico

Firenze. Nel 1950, quando Giuseppe Capogrossi scandalizza la critica e il pubblico esponendo la sua nuova produzione con il «segno» informale, è l’amico Corrado Cagli a presentarlo in catalogo con uno scritto in cui spiega la nuova ricerca del pittore attraverso il «metodo di psicologia analitica dell’arte poetica» teorizzato da Jung, che distingue «nel nostro mondo mnemonico il piano del subconscio individuale da quello dell’inconscio atavico», e Cagli pone in relazione con la «coscienza primordiale» che le avanguardie pittoriche rivelano all’epoca. Nella sua opera coeva Cagli (1910-76) mostra una forte riflessione sui temi junghiani, probabilmente approfonditi negli Stati Uniti, dove si rifugiò in seguito alle persecuzioni razziali. La conoscenza di Cagli della psicoanalisi indagata attraverso la sua arte poliedrica è un tema in parte studiato, ma ora Frittelli vi incentra una mostra, «Paura del Totem», dal 9 novembre al 20 dicembre. Sono esposte una cinquantina di tecniche diverse, eseguite tra il 1946 e il 1973: «La ricerca di archetipi figurali e soprattutto segnici, sempre tradotti in una cifra personale, affiora nelle esperienze formali dell’artista, spiegano Carlo e Simone Frittelli. Nelle opere in mostra la realtà del visibile e dell’inconscio, la memoria e il presagio convivono nel tentativo di esplorare il mondo moderno in chiave primitiva, barbarica e “misterica”, con riferimenti al pensiero di Jung». In mostra «Diogene» (1949), caratterizzata da un segno gestuale essenziale, «Impronte» (1950), in cui prevale l’uso sovrapposto di motivi colorati, «Pupiddunanau» (1964, nella foto), memoria ancestrale di antiche civiltà mediterranee.

Francesca Romana Morelli