Angeli che non volano

Pieve di Cento (Bo). Con la sua personale «Solchi, tracciati, testimoni» allestita dal 9 novembre all’8 dicembre nello spazio Open Box del MAGI ’900, proprio accanto alla vasta collezione permanente di opere del XX secolo del museo, l’artista Fabrizio Loschi lascia esplicitamente aperta la porta dei «ritorni», intesi come evocazioni e memorie di altre storie, di altre opere, di altri tempi. Una rilettura di un tempo interiore, spaziando tra i temi dell’arte dei primi quarant’anni del Novecento, un’eredità che per lui è morale e immortale e che segna profondamente il suo immaginario. Dipinti, sculture, disegni e taccuini, preziosi e a lungo lavorati, come appunti di un viaggiatore che conosce l’irrequietezza dello sguardo e del cuore, si dispongono così in una mostra dall’impatto vagamente anacronistico eppure, proprio per questo, rigorosamente attuale. Come ricorda Valeria Tassinari, curatrice della mostra, «in Italia l’eredità della prima metà del Novecento ha un peso specifico immenso. A distanza di vent’anni, giusto il tempo di una generazione, siamo, forse, finalmente pronti per iniziare a ripensare a questo secolo in modo più libero, senza velature ideologiche, ma senza paura di dichiarare la nostra nostalgia». C’è, infatti, consapevolezza e non imitazione degli archetipi, nel repertorio di forme che Loschi restituisce nelle sue opere: le linee taglienti degli anni Trenta, la semplificazione della natura e la monumentalità di Sironi, i cavalieri di Arturo Martini, il riuso avanguardista e certi indefinibili azzurri che fanno pensare ai pittori novecentisti di Margherita Sarfatti. Per l’artista, affascinato dalla figura umana, l’icona più emblematica è un angelo che si è dimezzato, e ha scelto di non volare più per tracciare un solco di nuova fondazione sulla terra. Nella foto, «Aladiterra».