Solista in casa, in coro a Londra

Hans Hartung e l’«internazionale informale»

Torino e Londra. Doppio Hans Hartung alla Galleria Mazzoleni, nelle sedi di Torino e Londra. Nella casa madre in piazza Solferino si apre il 25 ottobre un’antologica spaziante dagli anni ’50 agli anni ’80, con dipinti e disegni. Nella filiale di Albemarle Street, dal 1°ottobre, l’artista di origine tedesca (Lipsia, 1904-Antibes, 1989) è invece contestualizzato nell’ambito dell’Informale europeo. Astrattista da subito, considerando che dopo gli studi giovanili delle opere di El Greco, Goya e Rembrandt conservate nei musei di Dresda i suoi primi pastelli non figurativi risalgono ai primi anni Venti, altrettanto precocemente entra in contatto prima con Kandinskij, di cui segue un corso in accademia, e poi con il Cubismo e il Fauvismo nel suo primo viaggio in Francia nel ’26. Un soggiorno volontario, che sarà obbligato negli anni Trenta, dopo l’avvento del nazismo. Parigi diventa così non solo la sua città d’adozione, ma anche il luogo in cui, superata una fase vicina al Cubismo, potrà confrontarsi, negli anni Quaranta, con altri astrattisti come Soulages e Mathieu. Entrambi sono tra i pittori che compongono, intorno a Hartung, la mostra londinese, un affascinante sipario sulle diverse voci di quella che il critico Michel Tapié, negli anni Cinquanta, denominò «art autre». Alla base di quella pittura, basata su una potente gestualità nel tracciato segnico ma anche nell’agile modalità del dipingere (prende vita il tachisme), era la lunga durata del messaggio surrealista, laddove l’automatismo psichico è il motore dell’azione pittorica e grafica. Lo si coglie in Henri Michaux, in Wols e nello stesso Hartung, che arriverà a graffiare il colore fresco per produrre segni incisi su segni dipinti. Questa pittura che scaturisce da un’istintualità e da una spiritualità depurate da ogni riferimento narrativo s’incontra felicemente con le filosofie orientali: in mostra a Londra, anche Toshimitsu Imai e Hisao Domoto, due artisti vicini al gruppo giapponese dei Gutaï (arrivato a Torino nel 1959 in una memorabile mostra sull’Informale curata dallo stesso Tapié insieme a Luciano Pistoi). C’è anche Zao Wou- Ki (oggi molto ricercato dal collezionismo), un cinese cha va a unirsi alla seconda Ecole de Paris negli anni Quaranta, animata da una cosmopolita polifonia astrattista in cui rientrano anche il russo Serge Poliakoff e il canadese Jean-Paul Riopelle. Con loro, in mostra, anche un esponente dell’astrattismo segnico come Giuseppe Capogrossi, un interprete del dolente esistenzialismo di quel periodo come Jean Fautrier e un esponente dell’astrazione lirica come Gerard Schneider.
Quanto a Hartung, la sua pittura ha sostenuto con successo nel 2006 a Milano il confronto con quella degli street artist in occasione di una retrospettiva alla Triennale Bovisa. I 2,7 milioni di euro ottenuti alla Sotheby’s di Parigi nel 2017 per un dipinto del 1956 confermano che la riscoperta di questo artista trova conferma anche sul mercato. A Torino e a Londra le mostre si concluderanno il 18 gennaio.

F.F.