Ruvida, sporca e politicamente scomoda

Colonia. Con la mostra «Il Realismo berlinese. Da Käthe Kollwitz a Otto Dix» dal 10 ottobre al 5 gennaio il Käthe Kollwitz Museum offre una sensazionale panoramica dell’arte sviluppatasi nella capitale tedesca negli anni tra il 1890 e il 1930, dal Kaiserzeit a Weimar. È un’arte ruvida, burbera, sporca e politicamente scomoda, dotata di potere comunicativo e ferocia davvero esplosivi. Durante il regno dell’imperatore di Prussia e Germania Wilhelm II (in carica dal 1888 al 1918), un folle che oltre a considerarsi sovrano assoluto per diritto divino fu, con la sua dissennata politica estera, concausa dello scoppio della Grande Guerra, gli artisti della Berliner Sezession (Heinrich Zille, Hans Baluschek e Käthe Kollwitz fra gli altri) iniziarono attorno al 1900 a concentrare l’attenzione sulla precarietà delle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia, cresciuta a dismisura a causa dell’industrializzazione: nacque così la tradizione berlinese del realismo artistico socialmente critico che trovò poi sua costante continuazione nell’arte degli anni della Repubblica di Weimar, ovvero nella seconda generazione di artisti mostrati a Colonia (Otto Dix, George Grosz e Otto Nagel) non schierandosi più questi ultimi dalla parte dei reietti «piccoli uomini», ma criticando piuttosto più in profondità i mali della società repubblicana che ne fu logica conseguenza. Nella foto, «Votate comunista!» (1918) di Arthur von Kampf.

Francesca Petretto