Pablo il mago

I «tableaux magiques», i «quadri magici», di Pablo Picasso sono una serie di dipinti che l’artista spagnolo realizzò tra l’estate del 1926 e la primavera del 1930 mentre era a Juan-les-Pins, nel Sud della Francia. Una cinquantina di opere ancora una volta rivoluzionarie, a vent’anni dalle «Demoiselles d’Avignon» (1907) e dalla nascita del Cubismo, che hanno un filo comune: sono abitate da figure strane, teste e corpi composti da piani e linee che si incrociano e si sovrappongono, volumi monumentali che sembrano in continua metamorfosi. A defirnirle così, nel 1938, fu Christian Zervos, critico d’arte ed editore dei «Cahiers d’art», che già dal 1926 difendeva e pubblicava i lavori del genio andaluso e che in lui vedeva un «mago». Zervos parlò anche di «trasmutazione» per definire questo accavallarsi di occhi e bocche, di capelli ridotti a linee, di teste dai contorni irregolari. Tra i motivi ricorrenti: la testa d’Arlecchino e la donna in poltrona, ma anche la modella nell’atelier e qualche natura morta. Zervos aveva in questo modo creato un nuovo «periodo» nell’opera di Picasso che preannunciava «Guernica» (1937). Se Picasso «riesce a realizzare il più alto ideale di uomo e di artista, scriveva Zervos nei suoi “Cahiers” nel 1938, è perché conosce le forze raccolte e appena visibili del reale e perché detiene le formule segrete per esprimere queste forze». Questa serie di quadri dispersi nei musei di tutto il mondo è ora riunita dal primo ottobre al 23 febbraio nella mostra «Picasso. Tableaux magiques», organizzata dal Musée National Picasso-Paris. Dall’estero giungono «Arlequin» (1927) del Metropolitan Museum of Art di New York, «La demoiselle» (1929) del Moderna Museet di Stoccolma e «Femme endormie dans une fauteil» (1927, nella foto) del Yokohama Museum of Art.

Luana De Micco