Orientati e disorientati

Come il mondo islamico ha influenzato l’arte occidentale

Moschee imponenti, rovine polverose, odalische seminude. «Ispirati dall’Oriente. Come il mondo islamico ha influenzato l’arte occidentale», dal 10 ottobre al 26 gennaio al British Museum con prestiti inediti dall’Iamm (Islamic Arts Museum Malaysia) di Kuala Lumpur, non è però una mostra scontata sulla pittura orientalista del XIX secolo. Questa corrente artistica ha rappresentato un Oriente mediterraneo e vicino in modo poco realistico e molto fantasioso: un mondo incantato ma deformato in cui si fondevano esotismo ed erotismo, repressione e licenziosità, suggestioni di un passato glorioso e miseria pittoresca del presente. L’Orientalismo europeo, ben noto per l’appunto, ne costituisce solo una sezione su sei: è certamente la più cospicua per numero di opere esposte sulle 116 totali, ma non la più interessante o centrale. Come ha infatti spiegato a «Il Giornale dell’Arte» la cocuratrice Julia Tigwell, «la mostra ha come obiettivo di fondo quello di estendere e allargare il concetto di Orientalismo, presentandone le radici che risalgono al XV secolo e aggiungendo esempi di scambi e influenze reciproche tra Oriente e Occidente, includendo arti decorative come ceramica e metalli o fotografie». Infatti, anche il catalogo curato da William Greenwood e Lucien de Guise contiene saggi che riesaminano criticamente la storia e le definizioni di un concetto reso famoso e controverso da Edward Said col suo studio Orientalism del 1978.
Le sei sezioni della mostra hanno per titolo «Guardare a Oriente», «Le origini dell’Orientalismo», «Cultura popolare», «Un Oriente immaginato», «Riorientamenti», «Disoriente». La prima è un prologo che contiene una sola opera, «La preghiera» dipinta nel 1877 dall’orientalista americano e parigino di adozione Frederick Arthur Bridgman (allievo di Jean-Léon Gérôme), oggi quasi del tutto dimenticato: un quadro capace di cogliere con rispetto e quasi devozione condivisa la spiritualità del momento, un’eccezione notevole rispetto ai suoi colleghi. La seconda presenta le origini dell’Orientalismo, in un’epoca, il XV secolo, in cui i rapporti di forza tra stati europei e imperi orientali erano più equilibrati e fluidi, in cui commercianti e diplomatici europei erano considerati curiosità esotiche in Oriente; da segnalare libri illustrati e borse in seta. Nella terza, trovano spazio oggetti di arredamento e opere di arti applicate, a volte riprodotti anche in modo originale e personalizzato da artigiani occidentali; il gusto dominante era però influenzato da fantasie letterarie come Le mille e una notte e orientato agli eccessi ornamentali, orientaleggianti: come le ceramiche di Théodore Deck. La quarta è quella dedicata all’Orientalismo classico del XIX secolo, all’«Oriente immaginato» di artisti-viaggiatori o di pittori che non hanno mai lasciato l’Europa: oli in grande formato, «Il pellegrinaggio alla Mecca» di Alfred Dehodencq o «La porta rossa di Rabat» di Edwin Lord Weeks; acquerelli, ad esempio «Il cimitero a Eyup» di Amadeo Preziosi. La quinta è basata sulle opere di artisti locali, con connessioni europee: fotografie ottocentesche dell’istanbuliota Pascal Sébah, gioielli e medaglie-ritratto persiani. L’ultima sezione raccoglie le opere di quattro artiste contemporanee che rispondono ai cliché orientalisti sulle figure femminili, ribaltandoli: come Lalla Essaydi, marocchina, che reinventa rappresentazioni delle abitanti dell’harem fotografandole coperte e ricoperte di scritte in arabo.

Giuseppe Mancini