L’altra Petra

Le fotografie di Al-Ula vista dal cielo, con l’antica città, le maestose tombe nabatee di Madain Saleh, la vasta oasi cirondata dalle montagne d’arenaria rosa, scattate dal fotografo Yann Arthus-Bertrand aprono la mostra dell’Institut du monde arabe (Ima) «Al-Ula, meraviglia d’Arabia. L’oasi con 7mila anni di storia» (dal 9 ottobre al 19 gennaio). Un percorso curato da due archeologi, la francese Laïla Nehmé e il saudita Abdulrahman Alsuhaibani, che da molti anni dirigono gli scavi nel sito. Alcune vestigia sono esposte ora per la prima volta e tra queste, una lastra di pietra che presenta un’iscrizione nella lingua dell’antica Dedan, rinvenuta nel santuario di Umm Daraj, ad Al-Ula, e datata al VI secolo a.C. Dello stesso periodo sono degli ex voto in pietra a forma di viso. Per il suo ricco patrimonio, Al-Ula è spesso definita «l’altra Petra», nella vicina Giordania. Il sito, che si estende su oltre 22mila kmq, nel nordovest dell’Arabia Saudita, racconta settemila anni di storia. Le prime testimonianze di civiltà sul posto risalgono al Neolitico. Al-Ula fu una città fiorente sulla via dell’incenso sin dall’VIII secolo a.C. Al-Hijr, al nord di Al-Ula, fu fondata nel I secolo a.C. dai Nabatei, lo stesso popolo semitico che ebbe in Petra il suo centro più importante. I Nabatei vi fecero scavare 94 maestose tombe rupestri, patrimonio mondiale Unesco dal 2008. Dal VII e fino all’inizio del XX secolo, Al-Ula si sviluppò in quanto tappa importante per i pellegrini in viaggio verso la Mecca. Nel 2017 l’Arabia Saudita ha creato la Commissione reale per Al-Ula per la protezione del sito. Il paese del Golfo ha stanziato 20 miliardi di dollari fino al 2035 per rilanciare il turismo nella regione e richiamare 2 milioni di visitatori (contro i 40mila attuali). Ha anche firmato una collaborazione con la Francia per la creazione di un complesso museale e lo sviluppo culturale della regione (cfr. n. 397, mag. ’19, p. 41). La mostra dell’Ima è nata nell’ambito di questa collaborazione.

Luana De Micco