La memoria a fior di pelle

Nuove opere di Berlinde de Bruyckere

La pelle, «quella è la bandiera della nostra patria, della nostra vera patria. Una bandiera di pelle umana. La nostra vera patria è la nostra pelle»: così scriveva Curzio Malaparte rievocando i giorni della «peste di Napoli» nel 1943. Un’epidemia morale, non fisica, esplosa nell’Italia divisa a metà fra due invasioni: quella dei liberatori americani e quella degli oppressori nazisti. La pelle di Malaparte, tragica, lucida e insieme visionaria immagine di un’umanità ridotta alla brutale esigenza di salvarsi la vita a ogni prezzo, ha forse qualcosa a che fare con il lavoro che Berlinde De Bruyckere (Gand, 1964) ha concepito per la sede della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo: è la stessa artista belga a collegarlo ai nostri tempi, che presentano sinistre somiglianze con il clima che negli anni Trenta precedette la guerra e l’Olocausto. Il pensiero corre ai paralumi di pelle umana nei campi di sterminio, quando si sente la De Bruyckere parlare di queste sculture costituite da cumuli di pelli animali o dai loro calchi, volumi che possono ricordare l’uso del cuoio in ambito minimalista, ma che qui rivendicano la loro matrice organica e il loro legame con il pensiero storico e politico. Eppure, come sempre nel suo lavoro, la morte convive con una forma di erotismo, dettato dalla consistenza tattile del materiale: «Nella mia opera si vede Eros e Thanatos dappertutto, ha dichiarato l’artista. Quanto ai materiali, uso la cera perché è delicata, flessibile, puoi farci quello che vuoi, come la pelle, che puoi tendere e piegare. C’è qualcosa di molto umano nei materiali che scelgo, non sono freddi». Se in passato a ispirarla è stata la memoria della città di Ypres in Belgio, teatro di sanguinose battaglie nella prima guerra mondiale, questo nuovo lavoro, allestito dal 1° novembre al 2 febbraio, è frutto di una visita a un laboratorio per la lavorazione delle pelli ad Anderlecht. Figlia di un macellaio, la De Bruyckere ha convissuto sin da bambina con la morte e con il corpo sezionato e scomposto; la pelle, in tal senso, è un’allusione al corpo quando questo non c’è più; da involucro ne è diventato calco. Allo stesso modo l’autrice, che ama la mitologia classica, avrà pensato al supplizio inferto da Apollo a Marsia, il fauno che aveva osato sfidarne il talento musicale ma che, proprio attraverso la sua sofferenza, è stato consegnato all’eternità del mito, al pari di un dio. E le sculture esposte a Torino hanno la solennità di tumuli funerari. Introdotto da opere di più piccole dimensioni, il culmine della mostra è una vasta installazione che ai frequentatori della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo suggerirà qualche analogia con quella, altrettanto drammatica, di Adrián Villar Rojas nel 2016.

Franco Fanelli