Come in un film in technicolor

Le immagini di Alex Prager (Los Angeles, 1979) trasportano l’osservatore in un universo colorato, in apparenza «caramelloso» e attraente, in realtà venato da un’inquietudine che lascia presagire il peggio. Se i suoi scatti sono così densi di significati è perché sono il frutto di una vera sceneggiatura, di un casting di personaggi e di effetti speciali e scenografie, con cui l’artista «gira» una sorta di film, condensato però in un fermo immagine: un evidente portato della sua familiarità da losangelina con l’industria cinematografica, cui ha guardato sin da quando, a vent’anni, autodidatta, ha deciso di fare la fotografa, folgorata da una mostra di William Eggleston. E proprio Los Angeles offre lo sfondo e il set alle sue mise en scène, talora abitate da centinaia di comparse, in prevalenza donne che paiono uscite da un film di Hitchcock o di David Lynch, fra le quali una, isolata e chiusa in se stessa, diventa la metafora dell’angoscia e della solitudine che insidiano ognuno di noi. La Fondazione Sozzani presenta il suo lavoro nella mostra «Alex Prager. Silver Lake Drive» (fino al 6 gennaio; catalogo Thames&Hudson), curata da Nathalie Herschdorfer, direttrice del Musée des Beaux-Arts Le Locle. In mostra scorrono le sue serie fotografiche più importanti (nella foto, «Crowd #9 (Sunset Five)» del 2013), nonché quattro film («versioni multisensoriali delle mie fotografie», spiega lei).

Ada Masoero