C’è icona e icona: dal mandylion a Beyoncé

Brema. Che cosa venerano o adorano da sempre gli uomini? Semplice: le immagini. Dipinte, costruite, scolpite, fotografate, disegnate, sacre o profane, le icone di cui essi hanno bisogno per legittimare la propria adorazione sono nient’altro che una necessità molto umana: devo poter dare un volto o una forma all’ente venerato. Nel linguaggio moderno la parola «icona» ha molte sfumature di significato (che sia il dipinto sacro russo o l’epiteto attribuito a una celebrità o l’interfaccia grafica sullo schermo del pc) che tuttavia rimandano a una sola radice lessicale, quella di «immagine». «Icone. Culto e adorazione», allestita dal 19 ottobre al 6 gennaio alla Kunsthalle, è un’originale messa in scena di icone: il museo per la prima volta mette a disposizione del pubblico tutti i suoi spazi e diventa esso stesso luogo di contemplazione: 60 opere d’arte per le sue 60 stanze, una per stanza; ogni stanza ne diventa tempio o nicchia. Le iconiche opere esposte coprono un arco di tempo di dieci secoli in un modo nuovo e diretto: un mandylion russo del XVI secolo (nella foto), Friedrich, Kandinskij, Malevic, Rothko, Yves Klein, Isa Genzken sono seguiti da icone delal cultura pop come Marilyn Monroe o Beyoncé.

Francesca Petretto