Ammaliante pittura

Bologna. Piero Manai era un artista di talento e un personaggio particolare. In molti lo ricordano, con quel suo sguardo intenso e l’atteggiamento enigmatico, mentre rapidamente si affermava tra gli emergenti sulla scena internazionale, tra la seconda metà degli anni ’70 e gli elettrizzanti anni ’80 bolognesi. Fuori dagli schemi, difficilmente inquadrabile, la sua pittura era antropocentrica e drammaticamente ridotta a una figurazione sintetica, quasi monocroma, dettata da una gestualità impulsiva, psichica ma mai narrativa. Un corpus pittorico che oggi rivela una potenza immutata, a più di tre decenni dalla scomparsa dell’autore, rapito da una grave malattia nel 1988, all’età di trentasette anni. Per riportare finalmente l’attenzione sull’ammaliante espressività delle sue opere, che Umberto Eco poneva in linea di continuità con la pittura di Morandi, fino al 9 novembre due gallerie hanno promosso un progetto comune e, in collaborazione con gli eredi dell’artista, offrono al pubblico l’occasione per riscoprire il suo percorso, attraverso due importanti nuclei di lavori degli anni Ottanta. Alla P420 sono esposte alcune delle sue più significative Figure, Teste e Monoliti, realizzate su tela, carta intelata e acetato, tecnica molto amata da Manai, mentre nello spazio CAR DRDE è esposta una selezione di Nature morte, un soggetto particolarmente toccante per il senso di transitorietà che, interpretando la storia, lascia trapelare la consapevolezza della precarietà dell’esistenza.

Valeria Tassinari